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mercoledì , dicembre 19 2018
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A Bruxelles quel vizietto autolesionista non muore mai

“Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia. Assieme all’incertezza in Spagna, è possibile una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo”. Se le parole del presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, hanno avuto come primo effetto quello di portare allo scontro con Bruxelles anche un politico solidamente europeista e “di sistema” come il premier italiano Paolo Gentiloni – che metaforicamente ha risposto con un “Jean Claude stai sereno” – , allora c’è poco da dire: molto probabilmente si è trattato di un passo falso, di un intervento avventato e poco diplomatico, di una dichiarazione dal sen fuggita (cosa a cui Juncker ci ha peraltro abituato in questi anni). E infatti nel giro di qualche ora sono arrivate le sue scuse e il passo indietro. Tutto vero.

Però è altrettanto vero che la questione non può essere derubricata a semplice gaffe. Perché se si allarga un po’ lo sguardo ai comportamenti che gli alti papaveri di Bruxelles hanno sempre tenuto a ogni appuntamento elettorale decisivo, si capisce meglio il senso dell’improvvida uscita di Juncker. Anche stavolta infatti la Ue non lesina di interferire nella campagna elettorale di uno stato sovrano suo membro. E lo fa recitando lo stantio copione del cosiddetto “ricatto dello spread”: se dopo le elezioni non si forma una maggioranza solida o se in alternativa se ne forma una a trazione populista allora in entrambi i casi i mercati crolleranno, lo spread tornerà a salire e il paese si ritroverà sull’orlo del burrone. Un po’ di sano terrorismo psicologico sparso a profusione, con la speranza che possa orientare parte della classe media ancora indecisa verso un voto “moderato”, di sistema e soprattutto filo-europeista. Un voto che permetta, insomma, di garantire un futuro gattopardesco all’Unione: tutto cambi perché nulla cambi.

Quanto la strategia di Bruxelles sia dettata da motivazioni politiche, volte al conservatorismo e alla sopravvivenza, più che da reali rischi concreti è dimostrato dall’analisi del presente e dallo studio del passato. Partiamo dal presente, e cerchiamo di rispondere alla domanda: davvero si può presagire per il 5 marzo uno tsunami sui mercati europei che finisca per travolgere l’Italia prima e l’Europa poi? Ovviamente fare previsioni sulle piazze finanziarie è cosa quanto mai ardua, tuttavia qualche indicatore che volga al negativo dovrebbe già apparire sui monitor dei broker, visto che ormai manca solo una decina di giorni al voto. E invece almeno fino alla sortita di Juncker – quella sì che ha causato uno scivolone di Piazza affari e la temporanea risalita dello spread – la Borsa di Milano è andata addirittura in controtendenza rispetto ai listini europei: mentre quest’ultimi da inizio anno hanno lasciato qualcosa sul terreno a causa della volatilità americana, la prima invece ha un bel segno più davanti alla variazione percentuale del Ftse Mib, l’indice principale di Piazza Affari. Nello stesso periodo altri due indicatori tendono a smentire un imminente futuro apocalittico: 1) lo spread fra i titoli di stato italiani e tedeschi si sta chiudendo invece di allargarsi, visto che si è passati da un valore di 163 di inizio anno al 136 odierno 2) Il Btp a 10 anni italiano viene negoziato a un tasso di rendimento del 2%, in calo rispetto al 2,5% di un anno fa, il che vuol dire che gli interessi che paghiamo sul debito pubblico diminuiscono invece che salire. Per finire poi ci sono altri fattori economici che giocano a favore dell’Italia, almeno per il momento: Draghi non sta cedendo alle pressioni tedesche per un rialzo dei tassi e per porre fine all’acquisto di titoli pubblici; il pil seppur non a ritmi vertiginosi comunque cresce; la disoccupazione flette anche se non di tanto. In altri termini, a Roma l’economia reale e quella finanziaria per ora non danno segni preoccupanti.

Passiamo invece al passato. È abbastanza evidente come tutte le volte che l’Italia si sia trovata davanti a un passaggio elettorale delicato, Bruxelles abbia sentito l’esigenza di intervenire a gamba tesa a pochi giorni dall’esercizio democratico da parte del corpo elettorale. Lo ha fatto oggi Juncker in malo modo, peraltro anticipato un mese fa dalle parole più felpate del commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici (“In Italia c’è un rischio politico per la Ue”). E lo hanno fatto gli stessi due protagonisti un anno e mezzo fa, quando, alla vigilia del referendum costituzionale su cui Matteo Renzi si giocò Palazzo Chigi, decisero senza pudore alcuno di allargare i cordoni della flessibilità finanziaria concessa all’Italia pur di non danneggiare la campagna per il Sì dell’allora capo di governo. “In Italia c’è una minaccia populista ed è per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Unione Europea”, andava ripetendo Moscovici nell’ottobre 2016. Peraltro il vizietto di interferire Bruxelles lo ha replicato anche in altre occasioni topiche che non riguardavano l’Italia, come ad esempio i referendum sulla Brexit e sull’indipendenza della Catalogna. Tutti casi peraltro in cui l’intervento comunitario è stato a dir poco controproducente, visto come sono andate le cose. Insomma, agli eurocrati converrebbe togliersi il vizietto dell’ingerenza, se non per amor della democrazia come sarebbe opportuno, quanto meno per l’inefficacia della loro propaganda alla prova dei fatti.

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