giovedì , marzo 21 2019
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«Attenti alla piattaforma Rousseau»

Che stiano attraversando un momento di forte tensione le istituzioni e il modello politico liberaldemocratici, lo si percepisce con non molta difficoltà allargando lo sguardo in giro per il mondo. Negli Stati Uniti è al potere un miliardario che riesce ad agitare intorno a facili demagogie l’operaio dell’Ohio e di quella che un tempo veniva definita la «cintura della ruggine». Colpito dal processo di deindustrializzazione, dalla fuga dei posti di lavoro verso la Cina o il Messico, dalla concorrenza straniera, l’orgoglio del lavoratore arrabbiato si lascia facilmente sedurre dalla sirene populiste delle politiche protezionistiche e isolazionistiche sintetizzate nel tanto sbandierato «America first». Anche nei Paesi latino-americani non vivono momenti felici le istituzioni e il modello politico liberaldemocratici: è recente l’elezione di Bolsonaro in Brasile, e gravissime tensioni attraversano il Venezuela, immensa riserva di petrolio non sfruttata, se non in piccola parte. Sul fronte orientale preme il modello “democratico-autoritario” di Putin con tutta la sua capacità di condizionamento delle democrazie occidentali. Senza dire della Repubblica Popolare Cinese, un sistema politico di “dittatura democratico-popolare», che tiene insieme capitalismo senza libertà politiche, e riesce a unire spinta globale e, insieme, nazionalismo. E che dire della Turchia? Un Paese strategico dal punto di vista geo-politico, di cui si discute l’entrata nell’Unione europea. Ma che da tempo si è avviato verso un modello autoritario lungo un percorso approdato di recente in una riforma costituzionale che ha suscitato e continua a suscitare non poche preoccupazioni nelle cancellerie occidentali. Non è il caso nemmeno di accennare al modello autocratico di Paesi come l’Arabia Saudita e di altri Paesi del sud-est asiatico di importanza strategica negli equilibri geo-politici ed economici mondiali. Nella stessa Europa preoccupa l’onda nazionalista e populista che ha portato al potere la formazione guidata da Jarosław Kaczynski: riforme illiberali quali quelle che pongono la Corte Suprema e altri organi del sistema giudiziario sotto il controllo del governo preoccupano Bruxelles, perché non rispettosi degli standard liberaldemocratici. Non diversamente possiamo dire riguardo ad altro Paese europeo, l’Ungheria, che da tempo vive una torsione illiberale e autoritaria caratterizzata da un processo di sistematica riduzione di autonomia delle istituzioni che costituiscono il contrappeso dell’autorità del governo. Il risultato? Quello di consolidare un modello autocratico sostenuto da slogan nazionalistici e xenofobi. Si potrebbe continuare, ma mi sembra sufficiente aver offerto solo uno sguardo d’insieme. Certamente poco rassicurante, che potrebbe portare a smentire la tesi di Fukuyama (“La fine della storia”), secondo cui dopo la caduta dell’URSS la democrazia liberale non avrebbe avuto più rivali.

E in Italia?
In Italia abbiamo il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Più in generale, qualcuno ha detto che c’è in ogni democrazia il quarto potere: la (libera) stampa. E, se libera, è bene che ci sia. Ma, in Italia, da qualche tempo abbiamo pure la piattaforma Rousseau. In altra occasione ho scritto della formazione del Governo Conte, costruita in forza del «contratto» sottoscritto tra Di Maio e Salvini davanti al Notaio, e dello sbrego che ha purtroppo dovuto soffrire la nostra Carta fondamentale.
Ma devo dire che l’esperienza di governo giallo-verde è ricca di novità. E produce emozioni di altissima intensità. Di recente, la piattaforma Rousseau ha svolto il suo bel ruolo nelle dinamiche istituzionali. E il merito lo dobbiamo a Di Maio, Vicepremier e Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro. È accaduto che il Tribunale dei Ministri di Catania abbia richiesto al Parlamento l’autorizzazione a processare Salvini – altro Vicepremier e Ministro dell’Interno – per «sequestro di persona aggravato». Questione delicata, e Di Maio ha colto subito la gravità del momento: ha ritenuto la questione così importante da doverla sottoporre alla piattaforma Rousseau prima che al Parlamento, in modo che il Parlamento ricevesse (e disciplinatamente facesse proprie) le necessarie indicazioni di voto.
Da par suo, con pennellata felicissima, il gesuita Francesco Occhetta ha (amaramente) sintetizzato la questione: la piattaforma Rousseau, società privata, è stata chiamata a decidere «se permettere al potere legislativo di concedere al potere giudiziario di processare il potere esecutivo».
Cosa ci trovate di male nel fatto che un gruppetto, più o meno numeroso, di persone, assumendo l’egida della sovranità popolare, verghi la propria volontà sulla piattaforma? La sovranità non appartiene forse al popolo? Che poi la debba esercitare nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione (art. 1), non vi pare che sia solo un dettaglio?
Diciamolo pure: anche in Italia non è che vivano un bel momento le istituzioni e il modello politico liberaldemocratici.

Democrazia diretta vs democrazia rappresentativa
Dice Davide Casaleggio che non è lontano il tempo in cui la volontà dei cittadini (la sovranità popolare) troverà espressione compiuta nella forma della democrazia diretta, anziché nella forma rappresentativa. Per intenderci, avranno poca vita i Parlamenti. Tant’è che sono in atto iniziative intese ad introdurre a livello centrale istituti, quali la previsione di referendum consultivi, il rafforzamento dell’efficacia dell’iniziativa popolare diretta, l’abolizione di quorum, come apripista di forme sempre più avanzate di democrazia diretta, che dovrebbero allargare la strada verso la “soluzione finale”. E su questo fronte si muove il solerte Ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro.
Al netto dei rilievi di chi sottolinea che attraverso la forma della democrazia rappresentativa le preferenze dell’elettore medio potrebbero non risultare sufficientemente “rappresentate” specie in sistemi elettorali proporzionali, costretti come sono a intrecciare rapporti di più stretta mediazione politica, non si può negare l’impraticabilità di soluzioni che rimettano “ogni” decisione collettiva direttamente al popolo. E varie sono le ragioni: le asimmetrie informative, la conoscenza dei problemi, la complessità della materia oggetto del voto (irriducibile nei limiti di un «sì /no»), l’elaborazione, la discussione, la mediazione richieste da ogni decisione collettiva (attività non effettuabili se non all’interno di consessi ristretti, e non certo nelle pubbliche piazze, telematiche o meno), il tempo necessario ad esprimere, di volta in volta, la propria sovranità su ogni questione (per il parlamentare il voto è un lavoro! Quanto ai cittadini, si alzerebbero volentieri dal letto, “ogni” mattina, per esercitare direttamente la propria sovranità popolare su “ogni” decisione collettiva, o, meglio, sulla miriade di decisioni collettive che riguardano la comunità politica? La domanda non è retorica. È semplicemente ridicola, perché presuppone una risposta ovvia). L’elenco delle ragioni per le quali non esistono al mondo democrazie che non esprimano la volontà popolare attraverso organi rappresentativi potrebbe certamente continuare. Le uniche forme di democrazia diretta sono quelle in cui la sovranità non sale dal basso, ma scende dall’alto: le dittature. E non mi pare che sia la forma di governo preferibile.

«Bacini elettorali fluidi»
«Bacini elettorali fluidi». Così Massimo L. Salvadori ha definito l’«immensa piazza aperta» in cui l’elettore, condizionato dai «caminetti televisivi e dai social-media», entra ed esce a piacere. Non più orientato da solidi partiti organizzati, che offrivano concezioni del mondo e della società capaci di strutturare il corpo sociale intorno ad identità collettive durevoli, l’elettore vaga nella «società liquida» (Bauman), soggetto a rapidi mutamenti di opinione e di posizione, piegato sui propri interessi particolari, rinchiuso (e isolato) nel suo privato, e spesso – e purtroppo – giustamente costretto a difendere con le unghie e con i denti il lavoro (quando c’è) per strapparlo alla precarietà diffusa e sempre incombente. È dentro questo «bacino elettorale fluido», dentro questa «caotica nuova agorà», che Salvadori giustamente vede crescere il terreno di coltura di «leader di bassa o di nessuna statura culturale e autorevolezza personale».
Il momento è delicato in generale. Ma lo è ancor più ora, a pochi mesi da un appuntamento elettorale decisivo: quello delle europee.

docente dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria

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