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Blog | Dal boom del part-time al decreto dignità, cosa è accaduto al lavoro?

Gli autori di questo post sono Gabriele Guzzi e Massimo Aprea. Guzzi si laurea con lode in Economia alla Luiss e poi alla Bocconi. Ha lavorato per lavoce.info, è stato presidente di Rethinking Economics Bocconi e attualmente è dottorando presso l’Università Roma Tre. Aprea si laurea con lode alla Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle. Attualmente è dottorando in Economia politica presso la Sapienza –

Il mercato del lavoro è forse la dimensione più importante per valutare la performance economica di un paese. È forse per questo che i partiti – e l’informazione al seguito – rincorrono le pubblicazioni mensili dei dati sull’occupazione per avvalorare o smentire la bontà delle misure economiche del governo in carica. L’obiettivo di questo articolo vorrebbe essere quello di offrire una panoramica sufficientemente ampia per poter dare migliori valutazioni sul livello di occupazione, sulla quantità di lavoro, sulla qualità dei contratti e sui primi risultati del Decreto Dignità. Cercheremo di analizzare il tutto confrontando due fonti di dati, che vengono spesso sovrapposte o utilizzate in maniera non del tutto corretta, ossia le rilevazioni dell’Istat e l’Osservatorio sul Precariato dell’Inps.

Riprende l’occupazione?
I dati pubblicati dall’Istat il primo luglio fotografano un livello occupazionale ai massimi storici: il tasso di occupazione al 59%, gli occupati ben oltre quota 23 milioni e il tasso di disoccupazione sotto la soglia del 10%. Nell’ultimo anno sono infatti cresciuti sia i dipendenti, con un aumento considerevole dei contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine, sia gli autonomi.

La crescita del numero di occupati è però un trend osservabile in Italia da circa 5 anni. Dopo che il numero di occupati aveva toccato il minimo nel 2014, circa 22 milioni di unità, in questi 5 anni il mercato del lavoro ha recuperato più di un milione di occupati superando il livello pre-crisi, mentre i disoccupati sono calati di circa 700 mila unità.

Figura 1

Fonte: Istat

Sono sufficienti questi dati per poter certificare lo stato di buona salute del mercato del lavoro? In parte sì e in parte no. Sicuramente la crescita degli occupati certifica un ritrovato dinamismo economico rispetto agli anni più pesanti della crisi. Tuttavia, per vedere la questione nella sua interezza è necessario considerare sia la quantità di lavoro sia la qualità dei contratti. Ed è su questo che spesso il dibattito pubblico è mancante.

La qualità del lavoro
Per poter valutare la variazione della qualità del lavoro in Italia, useremo le variazioni dei dipendenti a tempo determinato e di quelli a tempo indeterminato, utilizzando come base gennaio 2008. Crediamo infatti che, insieme alle retribuzioni, la stabilità dei contratti può essere una buona approssimazione della qualità del lavoro.

Come si può notare dalla figura 2, dalla fine del 2014 – anno in cui il decreto Poletti ha ulteriormente liberalizzato l’uso dei contratti a termine – i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di quasi il 35%. Hanno infatti toccato il loro apice nel settembre 2018, +800 mila rispetto al 2014, per poi stabilizzarsi e invertire leggermente il loro trend per tutto il 2019. Allo stesso tempo, i dipendenti a tempo indeterminato sono calati fino al 2014 e hanno poi riconquistato il terreno perso nel triennio 2015-2017. Tale crescita è stata spinta principalmente dalle decontribuzioni introdotte in quegli anni, come sostiene il rapporto annuale Istat 2019, piuttosto che dalle riforme del mercato del lavoro introdotte dal Jobs Act.

Figura 2

Fonte: Istat

Tuttavia, anche analizzando la dinamica degli occupati a tempo indeterminato non possiamo ancora dire tutto sui cambiamenti strutturali che ha vissuto l’economia italiana negli ultimi anni. Infatti, come sappiamo, l’Italia sta vivendo un trend decennale di graduale terziarizzazione della sua economia, esacerbata da questi ultimi 10 anni di mai recuperata crisi nel settore manifatturiero. Dice Istat: “I miglioramenti dell’occupazione si sono concentrati nel settore terziario, […] e la dinamica dell’occupazione ha favorito quella a maggiore intensità di lavoro part-time.” Infatti, se andiamo a vedere cosa è accaduto nel trend degli occupati a tempo indeterminato, suddividendolo tra lavori part-time e full-time, ci accorgiamo che molti dei nuovi occupati sono stati lavori part-time, la maggioranza dei quali involontari. Se i contratti a tempo indeterminato part-time sono infatti cresciuti di 721 mila unità tra il 2007 e il 2018, quelli full-time sono diminuiti di 768 mila unità. Sebbene il trend si sia stabilizzato negli ultimi 3 anni, i lavoratori a tempo indeterminato part-time involontari sono ancora il 59% del totale, e toccano quota 64% se consideriamo anche il part-time a tempo determinato.

Figura 3

Fonte: dati Istat

La quantità del lavoro
Come abbiamo visto, non solo sono aumentati gli occupati a tempo determinato, ma anche tra quelli a tempo indeterminato è cresciuta notevolmente la quota dei part-time. Dato questo trend, si comprende come sia insufficiente utilizzare solo il totale degli occupati per valutare la performance economica. A maggior ragione visto il fatto che l’Istat considera occupato anche chi ha lavorato una sola ora nella settimana di riferimento. Ed è proprio per questo che è necessario analizzare il trend delle ore lavorate per capire se il mercato del lavoro si è effettivamente ripreso.

Dalla figura 4, si può notare che, a differenza degli occupati, le ore totali non sono ritornate ai livelli pre-crisi, confermando un cambiamento strutturale che le statistiche tradizionali faticano a cogliere. Tra il primo trimestre 2008 e quello del 2019, nonostante un lento recupero iniziato nel 2014, abbiamo perso 553 milioni di ore lavorate su base trimestrale, circa il 4,8% in meno.

Figura 4

Data questa discrasia tra le ore lavorate e il totale degli occupati, l’Istat stesso utilizza come input di lavoro anche le Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno. In pratica, Istat somma le posizioni lavorative a tempo pieno e a tempo parziale, calcolando queste ultime non “per intero” ma riducendole tramite coefficienti minori di uno. Per fare un esempio, se lavori part-time e il tuo contratto prevede la metà delle ore di un dipendente full-time nel tuo stesso settore, verrai calcolato come 0.5 invece che 1. Così, questo aggregato tiene in considerazione le differenze tra i tipi di contratto, e quindi le quantità realmente impiegate (e retribuite) di lavoro.

Dalla figura 5, e alla luce di quanto detto finora, si vede come questo aggregato sia ben lontano dai numeri pre-crisi. Nonostante assistiamo da ormai 4 anni ad un graduale recupero, nel primo trimestre 2019 si registrano ancora 930 mila unità in meno rispetto al primo trimestre del 2008.

Figura 5


E il Decreto Dignità?
Il quadro delineato finora sottolinea un aspetto fondamentale: il mercato del lavoro è un mondo estremamente complesso. Su di esso infatti hanno effetto il quadro normativo, la crescita del Pil, gli sviluppi demografici, l’andamento del commercio internazionale e innumerevoli altre variabili. Si capisce, dunque, perché la sua analisi debba essere il più possibile completa e accorta.

In che modo quindi i dati Inps possono esserci utili? La motivazione principale è che questi dati, invece dello stock dei lavoratori, rilevano i flussi dei rapporti di lavoro, ossia le “assunzioni, cessazioni, trasformazioni – che intervengono nel periodo di riferimento”.

La prospettiva è dunque diversa da quella dei dati Istat. Inoltre, come vedremo, essendo disaggregati per tipologia di contratto, permettono di capire meglio alcune delle tendenze del mercato del lavoro. Il campo di osservazione, invece, è esclusivamente quello dei dipendenti del settore privato e degli Enti pubblici economici e la contabilità dei flussi non coincide con quello dei lavoratori in quanto uno stesso lavoratore può essere coinvolto in una pluralità di contratti.

Anche questi dati confermano e arricchiscono i dati Istat. Se infatti andiamo a vedere cosa è accaduto negli ultimi 12 mesi alla differenza tra assunzioni e cessazioni delle diverse tipologie di contratto, notiamo un saldo positivo pari a 368 mila. Questo dato è sì inferiore a quello dell’anno precedente, ma la vera differenza è che, come sostiene lo stesso Inps nell’ultimo Osservatorio Gennaio-Aprile 2019, “nel corso degli ultimi dodici mesi si è registrata una inversione di tendenza fra l’andamento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e quello dei tempo determinato”.

La tabella 1 è perciò esemplificativa: se si scompone la variazione delle posizioni lavorative negli ultimi 12 mesi e si confronta con quella dell’anno precedente, si osserva che, al netto delle cessazioni, le creazioni di contratti a tempo indeterminato sono passate da -42 mila a +340 mila, mentre quelle a tempo determinato sono passate da +313 mila a -119 mila.

Per questo motivo è necessario valutare le dinamiche degli ultimi anni non solo dei contratti a tempo determinato e di quelli a tempo indeterminato, ma anche delle trasformazioni da contratti a termine a quelli permanenti. Nella figura 6 cerchiamo di dare una prospettiva di più lungo termine mostrando le medie mobili a 4 mesi di queste tre variabili, evidenziando due periodi chiave: la zona in grigio evidenzia il periodo che comprende dicembre 2015 (ossia l’ultimo mese utile per godere delle decontribuzioni totali introdotte dal governo Renzi) e la zona in rosso il periodo d’entrata in vigore del Decreto Dignità (la cui entrata a pieno regime è del 1 Novembre 2018).

L’area ombreggiata in grigio mostra il picco di assunzioni a tempo indeterminato del dicembre 2015

Risulta innanzitutto evidente che è stata la fine delle decontribuzioni totali ad aver causato nel dicembre 2015 un anomalo picco delle assunzioni e delle trasformazioni a tempo indeterminato – che si è infatti rapidamente riassorbito quando le agevolazioni sono terminate. In secondo luogo, è possibile valutare i primi effetti del Decreto Dignità. Nonostante sia molto presto e i fattori da considerare molti, resta il fatto che nel primo quadrimestre del 2019 le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato sono aumentate di quasi il 65% e le assunzioni a termine sono diminuite del 9,2% rispetto allo stesso periodo del 2018. E questo trend è osservabile dal grafico delle medie mobili, che registra soprattutto una crescita delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, su cui potrebbe aver influito la restrizione sui rinnovi e sulle causali introdotta proprio dal Decreto Dignità.

Conclusioni
Il mercato del lavoro ancora non si è ripreso del tutto: nonostante una crescita degli occupati negli ultimi anni, sono peggiorate sia la qualità che la quantità del nuovo lavoro. Inoltre, la crescita dell’occupazione sembra essersi concentrata nei settori che richiedono un’occupazione part-time e a più bassa qualifica, confermando un cambiamento strutturale della nostra economia.

Negli ultimi mesi, sembra che il trend di “precarizzazione” si sia leggermente invertito, e questo è riscontrabile nei dati Istat e soprattutto nei dati Inps. Servirà più tempo e più dati per valutare la stabilità di tutte queste dinamiche, comprendendo anche il livello retributivo (ancora estremamente basso in Italia) e la differenziazione per fasce d’età.

Twitter @GabrieleGuzzi

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