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Blog | Il DEF e i numeri (brutti) sul lavoro tra suggestioni e un invito a riflettere

Il DEF, cioè il Documento di Economia e Finanza, è lo strumento mediante il quale il Governo comunica al Parlamento e, di conseguenza, al popolo ‘sovrano’ le proprie intenzioni in materia di politica economica per il triennio a venire. Entro il 30 aprile dovrà essere approvato e, successivamente, spedito a Bruxelles affinché l’Unione Europea ne verifichi la conformità al Patto di Stabilità e Crescita. Occorre precisare che il testo non costituisce un vincolo per l’esecutivo. Insomma, siamo ancora in tempo per confidare nel ‘cambiamento del governo del cambiamento’. Qui, infatti, finiscono le congruenze logiche e hanno inizio, paradossalmente e inaspettatamente, le antinomie.

Per la prima volta nella storia repubblicana, un Presidente del Consiglio e un Ministro dell’Economia sono stati costretti a smentirsi, pubblicando la risultanza delle proprie indagini econometriche, che si rivelano implacabili e, forse, ingestibili, come se si fosse materializzato lo spettro d’una Nemesi. Numeri, dati statistici, tendenze e previsioni del DEF annientano le ambizioni manifestate finora dai sottoscrittori del contratto. Le parole, in questa scena, non hanno più alcun rapporto col mondo; la copertura linguistica, utilizzata molto di frequente nelle varie forme di propaganda, non è più sufficiente a sostenere la narrazione degli eventi: i sostantivi astratti, cui siamo stati abituati e da cui siamo stati tormentati, “dignità”, “crescita”, “concretezza”, fanno ormai parte di una bolla semantica che neppure le più spinte tra le figure retoriche possono più giustificare.

Per esigenze di spazio e analisi, prendiamo in esame solo la terza sezione del DEF, quella concernente il Programma Nazionale di Riforma. D’altronde, ci sembra la più vicina alla palingenesi promessa. A tal proposito, non volendo imbatterci nel rischio di parzialità, ci sforzeremo di ridurre ai minimi termini l’uso degli aggettivi e, al contrario, aumentare quanto più possibile i riferimenti diretti alla fonte, grafici e tabelle compresi.

A pag. 9 della terza sezione, leggiamo:

Il tema del lavoro continuerà ad avere un posto centrale nell’azione di politica economica del Governo dei prossimi anni con l’obiettivo di garantire agli italiani condizioni d’impiego più dignitose e adeguate retribuzioni

Prima di procedere oltre, ovverosia prima di commentare e analizzare il testo in questione, è opportuno pubblicare tre tabelle significative e imprescindibili.

In pratica, non si fa alcuna fatica a rilevare che l’impatto occupazionale delle misure in materia di reddito di cittadinanza e pensioni è oggettivamente negativo: -0,4% nel biennio 2019-2020. Si potrebbe obiettare che il biennio successivo genera una ripresa. È vero: lo si potrebbe fare, ma sarebbe scorretto, poco onesto, impertinente e del tutto estraneo ai fatti macroeconomici. È essenziale rammentare, infatti, che la cosiddetta spesa sociale è stata effettuata in deficit; la qual cosa potrebbe avere una ricaduta in termini di pressione fiscale. Usiamo il condizionale per rispetto delle dinamiche tendenziali. Ma sappiamo che non è tutto. Siamo intrappolati nel fattore ‘crescita zero’ e gli ultimi report dell’ISTAT hanno messo in evidenza un ulteriore calo dell’occupazione (a pag. 27: “La previsione di crescita media del PIL in termini reali per il 2019 scende allo 0,1 per cento”).

Se a tutto ciò si aggiunge che, secondo stime e ipotesi pubblicate nel DEF, il salario reale, cioè, in parole povere, la capacità d’acquisto, in caso di piena efficienza della misura, potrebbe ridursi anche dello 0,39%, allora è lecito chiedersi cosa intenda il Governo per “condizioni d’impiego più dignitose e adeguate retribuzioni”. Gli aggettivi “dignitose” e “adeguate”, di fatto, sono disfunzionali e non si capisce più quale sia lo scopo di certa comunicazione. Sarebbe semplicistico parlare di propaganda o d’imperizia o addirittura di superficialità perché l’incongruenza è tale da apparire disarmante. Non bisogna essere economisti raffinati per comprendere che un certo tipo di spesa pubblica riduce tanto il risparmio nazionale da determinare la necessità dell’indebitamento estero per coprire il disavanzo. E, allo stesso modo, pure un lettore poco avvezzo ai temi di finanza pubblica saprebbe riconoscere le anomalie del seguente periodo:

L’economia italiana ha perso slancio durante lo scorso anno, registrando nel complesso una crescita del PIL reale dello 0,9 per cento, in discesa dall’1,6 per cento del 2017. Ai modesti incrementi dei primi due trimestri del 2018 sono seguite, infatti, lievi contrazioni congiunturali del PIL nel terzo e quarto trimestre.

PIL in discesa dall’1,6% e contrazioni congiunturali del PIL nel terzo e nel quarto trimestre: non si tratta del resoconto di quei pericolosi detrattori dei liberisti bocconiani; non è una ‘manina’ che, complice il mistero di Palazzo Chigi, ha adulterato conti e parole, come non è un racconto di Arthur Conan Doyle. È invece la redazione definitiva di un atto di politica economica del Governo del Cambiamento, il cui contratto – scrivono i governanti – “formula ambiziosi obiettivi in campo economico.”

Quali?

L’unica ambizione che, qui, possiamo accertare è quella del linguaggio dell’assenza: ai già noti termini della decretazione etico-astratta, “crescita”, “dignità”, “concretezza”, si aggiungono gli aggettivi “ambiziosi”, “dignitose” e “adeguate”, nell’ambito di una vera e propria fuga semantica, una fuga che non è più fatta di approssimazione, ambiguità, vaghezza e deduzioni, com’era nella fase dell’esordio politico. Adesso, la tecnica – ci si conceda il termine! – è neologistica, deviante e, in una parola che meglio la ridefinisce, traslativa: i significati vengono trasferiti su un piano che il cittadino non conosce e al quale, naturalmente, non può accedere; il che concede ‘loro’ un vantaggio temporale, una sorta di scarto differenziale, che ci fa pensare a una imminente mossa con effetto sorpresa.

Si ha una chiara testimonianza di quanto stiamo sostenendo nel frammento di pag. 16, che riportiamo fedelmente:

La politica fiscale non può ovviamente prescindere dalla sostenibilità delle finanze pubbliche

Se la dichiarazione provenisse da La cantatrice calva di Jonesco, ci riuscirebbe semplice intuirne il valore d’uso, ma leggere dell’importanza della sostenibilità delle finanze pubbliche, dopo avere passato in rassegna i numeri di debito e deficit provoca uno shock intellettuale. Tant’è che…

Qualcosa di anomalo si verifica quando, nel DEF, si parla di sostegno alle imprese del Made in Italy e, in particolare, del fondo di 25 milioni in Venture Capital destinato alle start up non quotate. Si introduce un nuovo tipo di veicolo societario e si indica nel 3,5% la quota di trasferimento, ma non si produce alcun resoconto econometrico né un grafico o una tabella che ci possano permettere uno studio della ripartizione e dei criteri di negoziazione; il che potrebbe tradursi in un meccanismo fumoso e inefficace, per quanto sia ancora prematuro definirlo inefficace.

Il già dibattuto tema del Reddito di Cittadinanza è talmente importante che non possiamo esimerci dal tornare sull’argomento con una diversa prospettiva. Tale misura, infatti, è più volte considerata come lotta alla povertà e come autentica opportunità di rilancio del PIL, anche se, come abbiamo già notato, non esiste alcun legame tra atti linguistici e fatti. Ora, nel tentativo di restare fedeli all’analisi testuale, riportiamo un altro frammento del DEF.

All’interno delle condizioni di erogazione del RDC, secondo le stime dell’Istat, i CPI e degli altri enti dovrebbero farsi carico di circa 1,4 milioni di persone. Queste possono essere ripartite come segue: circa 600 mila persone tra quelle attualmente in cerca di occupazione; 470 mila persone che, per beneficiare del RDC, entrerebbero attivamente nel mercato del lavoro; 428 mila attualmente occupati, ma con un basso reddito, i cosiddetti ‘working poor’. In realtà, la popolazione che trarrebbe un vantaggio dal miglioramento dei CPI e degli altri enti coinvolti nella gestione delle politiche attive nel mercato del lavoro è più ampia. Si dovrebbero considerare tutti i disoccupati come potenziali fruitori

Il guaio è che, nella nota 15 posta a piè di pagina, il redattore è costretto a denunciare delle difformità, sottolineando che la platea di potenziali interessati sarebbe superiore e corrisponderebbe a 3,7 milioni di persone. Che effetto avrà questo scompenso incrementale sul PIL e, soprattutto, sul rapporto debito/PIL? Non ci è concesso di sapere…

Purtroppo, non possiamo accogliere altre considerazioni in questo articolo, che, giocoforza, dev’essere fatto di suggestioni e inviti alla riflessione, più che di compiuti moduli d’analisi, che richiederebbero lo spazio d’un saggio, ma è appena il caso di congedarsi con una nota sui 35 milioni di euro destinati al Piano Nazionale Scuola Digitale, che dovrebbero essere sufficienti a risanare le scuole a rischio, potenziare la formazione dei docenti e le competenze degli studenti, promuovere l’innovazione et cetera.

A pag. 81, siamo costretti a sgranare gli occhi:

Per docenti e ricercatori si incrementa la durata del regime di favore fiscale (da 4 a 6 anni), prolungandola in caso di specifiche condizioni.

…perché noi siamo un popolo che ha bisogno di detassare docenti e ricercatori per farli restare in Italia, anziché pagarli adeguatamente e permettere loro di lavorare in contesti all’avanguardia.

Twitter @FscoMer

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