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Cancellare il debito pubblico e uscire dallʼeuro: ecco perché è ...

Cancellare il debito pubblico e uscire dallʼeuro: ecco perché è …

IL DEBITO PUBBLICO – La Banca centrale europea è diventata la prima creditrice dell’Italia. Nell’attivo del bilancio dell’Eurotower figurano (a fine aprile) circa 350 miliardi di euro in titoli di Stato per effetto del quantitative easing. Di questi l’80% è stato acquistato dalla banca d’Italia e il restante 20% dalle altre banche centrali. Le banche italiane invece da qualche mese hanno alleggerito l’esposizione su Bot e Btp che a fine 2017 ammontava a circa 300 miliardi, una quarantina in meno rispetto a ottobre. A differenza di molti paesi che hanno affrontato gravi crisi finanziarie, il debito pubblico italiano è in larga parte detenuto dai residenti. Solo il 30% del debito è nei portafogli di residenti esteri. Dalla nascita dell’euro, la sola operazione straordinaria sul debito pubblico è stata l’haircut sul 30% del debito della Grecia nel 2011.

“Chiedere la cancellazione del debito è vietato” – L’idea di chiedere alla Bce la cancellazione di una quota di debito pubblico dell’Italia è semplicemente “vietata da tutto, vietata dai Trattati europei, vietata dallo statuto della Bce”. E certe ipotesi, avverte Franco Bruni, ordinario di politica monetaria all’Università Bocconi, rischiano che l’Italia si ritrovi a dover chiedere assistenza al fondo anticrisi europeo, l’Esm, passo che comporterebbe l’arrivo della Troika e un programma che con ogni probabilità imporrebbe una versione molto più “severa della riforma Fornero sulle pensioni. Non certo la sua abolizione”.

L’USCITA DALL’EURO – Sul piano pratico, un’eventuale uscita dall’euro non pone solo questioni politiche ed economiche. C’è un’altra dimensione ed è quella tecnica, di straordinaria complessità e con molte incognite. L’architettura istituzionale dell’Unione Monetaria non prevede una procedura di uscita dall’euro, per cui è molto difficile ipotizzare quali problematiche dovrebbero essere affrontate.Inoltre lasciare l’euro comporta una complessa riorganizzazione del sistema monetario.

Target2, il sistema dei pagamenti dell’area euro – La prima questione si chiama Target2, il sistema dei pagamenti dell’area euro. L’Italia ha una posizione netta negativa di 442 miliardi di euro a fine marzo, secondo i dati Bce. Il saldo della Banca d’Italia indica la creazione di moneta finita in altri paesi dell’Eurozona. Non si tratta di un debito che l’istituto di Via nazionale dovrà saldare, almeno finché è parte dell’Eurosistema. Il presidente della Bce nell’autunno scorso ha risposto a una lettera inviata da due europarlamentari del M5s in merito alla posizione netta dell’Italia su Target2. “Se un Paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”, la risposta di Mario Draghi. Ma sul come nemmeno il numero uno della Bce puo’ dare indicazioni. Grazie al sistema Target2 ogni giorno vengono assicurati circa 350mila pagamenti all’interno dell’area euro per un controvalore intorno ai 2mila miliardi di euro, praticamente in una settimana viene scambiato un controvalore superiore al Pil dell’intera Eurozona. Target2 non è utilizzabile per valute diverse dall’euro. Un paese che uscisse dall’euro non potrebbe utilizzare questa infrastruttura vitale al sistema dei pagamenti.

Paese di secondo livello – Come ha rilevato in uno studio dell’autunno scorso il professore della Luiss Franco Passacantando, abbandonare Target2 significa rendere più complicato e più costoso effettuare transazioni con il resto dell’Europa e accedere ai mercati finanziari e valutari internazionali, che “sono fondamentali per un’economia con un alto debito come quella italiana e fortemente legata all’export”. Il rischio è che una volta perso l’accesso diretto a questi mercati “si venga relegati al ruolo di paese di secondo livello per un periodo di tempo che andrebbe ben oltre quello della transizione a una nuova moneta”. I problemi tecnici riguardano anche la moneta fisica. Il circolante in Italia è composto da 3,6 miliardi di banconote per un controvalore che sfiora i 200 miliardi di euro. Creare una nuova moneta e un nuovo sistema di pagamenti richiederebbero tempi molto lunghi ma soprattutto difficoltà e rischio di disordine finanziario che nessuno può prevedere.

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