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COMMENTO: “La partecipazione politica”

Accade sistematicamente, da sempre: l’avvicinarsi di una consultazione elettorale determina l’insorgere di un mare di promesse da parte dei partecipanti alla tenzone che assume, vergognosamente, la forma di “chi la spara più grossa”. Ad oggi poi, ci è dato assistere ad un aumento parossistico della litigiosità dei due partecipanti al Governo della Nazione che finisce per rendere quasi ridicola la sequela di promesse, velate minacce, ventilate risoluzioni e devastanti promesse di carattere innovativo(?).

Anche dall’altra parte non si scherza, con promesse di sostanziose mensilità aggiuntive nel salario e abbattimento del costo del lavoro (questa non l’avevo mai sentita!). In sottofondo, ma comunque in evidenza, le problematiche di sempre, quelle che affliggono la nostra società dai tempi della prima repubblica: l’evasione fiscale, gli sprechi, la corruzione, le mafie, il sistema fiscale, la criticità del nostro territorio, la povertà, il lavoro.
Di tutti questi temi non si è riusciti, in oltre settant’anni di repubblica, non dico a risolverne almeno uno, ma anche solo a contenerlo, a portarlo a livelli accettabili o anche solo a presentare un serio inizio di incisione del contrasto, di serio sistema di interferenza, di volitiva e seria volontà di (parziale) risoluzione.
Anzi, come sempre accade alle malattie croniche e gravi, l’incuria, la sottovalutazione, la mancata cura efficace, determina l’effetto di ingigantimento della problematica, fino a renderla grave nell’incidenza sulla società e sempre più difficile il contrastarla con efficacia.

Uno dei nostri grandi cantautori, purtroppo da tempo scomparso, in un suo brano spassoso ma efficace, parlava di un bugno fastidioso, localizzato in una posizione non facile da raggiungere con una adeguata “grattata” e finiva per indicare l’abitudine al prurito l’unico rimedio davvero efficace. Nel nostro caso non si parla di fastidioso prurito e deve essere considerata inaccettabile l’ impossibilità di efficace contrasto: si deve parlare di seria volontà politica di risoluzione del problema o di incapacità decisionale o gestionale.

Un altro aspetto, non secondario, accomuna la lunga serie di promesse risolutive esternate dalla nostra classe politica: la precisa quantificazione dell’elargizione e l’assoluta mancanza dell’indicazione della scelta e dell’individuazione della contro-partita. Esattamente il contrario di quanto avviene all’interno delle nostre famiglie (altro non sono che piccole società in nome collettivo): scelta delle priorità, individuazione della possibilità di reperimento risolutivo, quantificazione della spesa e sua sostenibilità: se non si segue questa scaletta la famiglia va a rotoli.

Il risultato di tutto ciò? La disaffezione politica del cittadino che, stanco, avvilito, vilipeso, corteggiato e, soprattutto, “fregato” dal ripetersi di una situazione ormai incancrenita e comune a tutte le formazioni politiche che in questi anni si sono alternate nella stanza dei bottoni, ha deciso di cancellare dal suo vocabolario il termine “partecipazione”, rinunciando in questo modo ad una sostanziosa fetta della propria libertà (andrebbe scritta con la “L” maiuscola) in quanto delegante deluso della propria volontà decisionale. Si aggiunga che non si nota differenza tra la situazione nazionale e in quella locale. Nulla di più grave si potrebbe scrivere di una società “democratica”.

Non più tardi di qualche giorno fa ho incontrato in una caffetteria un vecchio collega di lavoro. Non ci si vedeva da tempo e immancabilmente ci si è trovati a scambiarsi le domande e le constatazioni di rito: la salute, la famiglia, cosa fai di bello, gli anni che passano, pacche sulle spalle, sorrisi, ricordi. Ad un certo punto della nostra conversazione l’ex-collega mi ha chiesto se ero in partenza per qualche viaggio e io ho semplicemente risposto che dopo domenica 26, appena votato, me ne vado in cerca di mare azzurro, di scarsa ressa e, possibilmente di sole: mi guarda con espressione interrogativa e mi chiede dove e per cosa si vota.
La cosa è finita nel ridere, qualche battuta un po’ “pesante”, un paio di finti scapaccioni nella nuca e ci si è salutati con la sua affermazione che “tanto non cambia nulla”. Lo guardavo allontanarsi tra i passanti nel centro città e un pesante velo di tristezza prendeva il sopravvento sul piacere dell’incontro, nel rendermi conto che, forse, aveva proprio ragione. Il ripetersi di una situazione determina immancabilmente la nascita dell’assuefazione che finisce con il dilagare nel disinteresse, nella non-partecipazione, nell’assenza. Che qualche esponente politico sia capace di rendersene conto?

(Mauro Magnani)

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