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Cosa prevede e quali sono i rischi della riforma per ridurre il numero dei parlamentari

Il 10 maggio, due mesi fa, la Camera approvava in prima lettura la proposta di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Una battaglia politica e ideologica del Movimento 5 Stelle, fatta propria anche dalla Lega: nel clima diffuso di anti-politica, una riforma del genere è sicuramente ben vista dagli elettori. Tant’è che persino Forza Italia ha votato a favore. I parlamentari di Pd, +Europa e Leu si sono fatti carico di un impopolare voto contrario.

Dal 1918 in poi, il numero dei deputati è sempre cresciuto, con la sola eccezione del regime fascista, il quale ridusse a 400 il numero dei seggi alla Camera. Lo stesso numero proposto dalla riforma costituzionale del governo 5 Stelle e Lega. L’11 luglio il voto spetta al Senato: sono necessari 160 voti per ottenere la maggioranza assoluta.

«L’Italia – ha detto il ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro – è il paese con il più alto numero di parlamentari eletti d’Europa. Noi li riduciamo di più di un terzo (36,8%) e ci allineiamo col resto degli Stati». Per il deputato Pd Emanuele Fiano, invece, questa riforma «produrrà danni alla democrazia e un suo complessivo restringimento».

Cosa dice il testo in esame

La legge costituzionale in corso di approvazione applica un taglio al numero di nominati: oggi in Italia, tra senatori e deputati, vengono eletti ogni legislatura 945 parlamentari. La proposta dei 5 Stelle è di ridurli a 600.

Per quanto riguarda gli
eletti alla Camera, si passa dai 630 attuali a 400. Di questi, sarebbero 8 a
essere eletti nelle circoscrizioni estero, anziché 12 come avviene oggi. I
senatori invece passerebbero da 315 a 200, di cui 4 (e non 6) sarebbero eletti
nelle circoscrizioni estero.

Ciascuna regione italiana potrà portare a Palazzo Madama almeno tre senatori, mentre adesso il limite minimo è di sette. Resterebbero invariate le eccezioni rappresentate da Molise (2 senatori) e Valle d’Aosta (1 senatore). Ovviamente questi cambiamenti numerici sarebbero validi a partire dalle elezioni successive all’entrata in vigore della legge costituzionale, salvo che il progetto non venga bocciato tramite referendum.

L’iter di riforma
costituzionale

Già, perché è possibile che, come avvenuto per la riforma costituzionale portata avanti da Matteo Renzi e poi bocciata dai cittadini, anche la proposta dei 5 Stelle passi dalla consultazione dell’elettorato. Quando la legge fondamentale dell’Italia, la Costituzione, deve essere modificata, non si segue infatti il percorso legislativo ordinario.

Il cosiddetto “procedimento
aggravato”, definito dall’art.138 della Costituzione, prevede che le riforme
della stessa debbano essere votate positivamente per ben due volte da entrambe
le Camere del Parlamento. Tra le due votazioni, inoltre, devono intercorrere tre
mesi.

Ma la cosa più difficile è ottenere la maggioranza di due terzi di ciascuna delle due Camere. Se alla seconda votazione il testo viene approvato da Senato e Camera dei Deputati con questi numeri, la riforma viene promulgata e diventa legge dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Se la riforma viene approvata solo con maggioranza assoluta, un quinto dei componenti di ogni Camera, cinque Consigli regionali o 500 mila elettori possono chiedere, entro tre mesi, che la riforma venga sottoposta a referendum.

Il problema della
rappresentanza

Non solo i partiti di centrosinistra, ma anche molti costituzionalisti vedono in questa riforma una minaccia alla rappresentanza democratica dell’Italia. Il movimento 5 Stelle sbandiera un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura, secondo altri i soldi risparmiati saranno molti meno.

Ma il punto è che «il “combinato” disposto della drastica riduzione del numero degli eletti con l’altra riforma messa in campo dalla maggioranza, ossia l’introduzione del referendum propositivo che trasforma il corpo elettorale in legislatore diretto, rischia di trasformarsi in una riduzione di fatto del ruolo del Parlamento». A dirlo è Massimo Luciani, ex presidente dell’Associazione dei costituzionalisti italiani.

Il rischio, secondo le opposizioni e i costituzionalisti chiamati in audizione alla Camera, è che la riduzione dei parlamentari prevista da questa riforma, lasciando intatto il bicameralismo paritario, non serva a migliorare il funzionamento del Parlamento e tantomeno l’iter legislativo.

La rappresentanza democratica,
se la riforma passasse così com’è, ne risulterebbe compromessa: i partiti
minori non riuscirebbero a essere rappresentanti perché le liste, già escluse
dalla corsa per ottenere i seggi uninominali, non riuscirebbero a ottenere
seggi, soprattutto al Senato. Le soglie che tutelano le minoranze politiche
sono tarate oggi sul numero di 945 parlamentari in totale.

Il problema si presenterebbe
ancora più sentito presso le commissioni permanenti. Prendendo ad esempio il
risultato di Leu alle ultime elezioni, il partito non avrebbe ottenuto il
numero minimo di deputati per far parte di tutte le 14 commissioni permanenti
di Camera e Senato, in quanto ogni deputato può far parte al massimo di una
commissione e i senatori al massimo di tre.

La rappresentanza democratica negli altri Paesi Ue

Con la riduzione del 36,8%
dei parlamentari, l’Italia passerebbe da essere il Paese con la più alta
vicinanza tra cittadini e rappresentanti (un deputato ogni 96 mila cittadini),
a uno degli ultimi Stati in quanto a rappresentanza democratica.

Considerando che nel Regno Unito c’è un deputato ogni 101 mila cittadini, nei Paesi Bassi uno ogni 114 mila, in Francia e in Germania circa uno ogni 116 mila e in Spagna uno ogni 133 mila, l’Italia, se la riforma venisse approvata, arriverebbe ad avere un deputato ogni 151 mila abitanti.

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