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Formula 1: Drive to Survive, ecco perché la docuseries di Netflix è da vedere

Come ci si sente quando il proprio sogno più grande si è avverato, ma la realtà è molto meno rosea del previsto? A questo interrogativo risponde Formula 1: Drive to Survive, il documentario in dieci puntate su Netflix dall’8 marzo. L’assenza di Ferrari e Mercedes, i top team protagonisti della stagione 2018 di F1, sposta l’attenzione sui team di metà e bassa classifica, le cui storie nei weekend di gara sono solitamente oscurate dalla lotta per il titolo.

Così non è nella docuseries di Netflix, che per forza di cose – Mercedes e Ferrari hanno negato l’accesso alle telecamere nei propri box – ribalta la prospettiva: la lotta per il titolo mondiale tra Lewis Hamilton e Sebastian Vettel è solo un accenno sullo sfondo del racconto di rivalità, talenti, guerre politiche, vissuti personali complicati e lotte intestine dei team di seconda fascia che anima la serie.

I filoni del racconto, che si snoda per tutte le 21 gare della stagione, sono diversi. Molta attenzione è dedicata alla parabola del carismatico Daniel Ricciardo, che, dopo una carriera sotto l’egida della Red Bull, ha preso la difficile decisione di spostarsi in Renault. A proposito di Red Bull e Renault, nella docuseries viene illustrata la guerra fredda tra il boss F1 della casa della Losanga, Cyril Abiteboul, quasi mefistofelico nell’aspetto e tagliente nelle risposte, e Chris Horner, team principal della Red Bull. I loro scontri all’ultima frecciatina sono imperdibili.

La vera star del documentario, però, è un’altra: si tratta del team principal della Haas, Günther Steiner. Con il suo inglese dall’accento tedesco, l’altoatesino nell’arco narrativo dedicato al team statunitense non le manda a dire. Steiner, assolutamente senza peli sulla lingua, se la prende in particolare con Romain Grosjean, reo di aver commesso diversi errori nel corso della stagione. Ma il momento più memorabile è la telefonata al big boss, Gene Haas, dopo il doppio sbaglio nei pit stop in Australia: verbatim, “Abbiamo fatto la figura delle mezze seghe”. Irresistibile.

Se la Ferrari è assente – o quasi – dal documentario, i tifosi della Rossa vedendo la docuseries avranno modo di conoscere meglio il nuovo pilota di casa a Maranello, Charles Leclerc. La sua storia è forse la più commovente: nelle sue interviste, Leclerc non solo racconta la perdita del padre, scomparso nel 2017 dopo una malattia, ma anche quella di un’altra figura importante nella sua formazione.

Si tratta di Jules Bianchi: il pilota della Marussia morto per le conseguenze dell’incidente occorsogli a Suzuka nel 2014 era il suo padrino, e Leclerc si mostra decisamente motivato ad onorarlo una volta preso il posto in Ferrari che proprio Bianchi avrebbe molto probabilmente occupato se il destino non avesse voluto diversamente. Un legame fortissimo, quello tra Leclerc e Bianchi, che traspare dal volto del monegasco quando parla dell’amico scomparso.

Ed è proprio l’emozione, il lato umano dei piloti e dei membri dei team il fil rouge di Formula 1: Drive to Survive. C’è chi, come Romain Grosjean, mostra le proprie debolezze, ammettendo di essersi rivolto ad uno psicologo dopo Spa 2012; chi, come i giovanissimi Max Verstappen e Pierre Gasly, è pronto a mangiarsi il mondo; e chi, come Nico Hulkenberg, spera di avere finalmente l’occasione d’oro dopo anni e anni di attesa.

Speranze, difficoltà, sogni, rabbia: visti da questa prospettiva, gli dei della Formula 1 diventano umani, mostrano le loro ambizioni e le loro preoccupazioni. Finalmente, il Circus ha trovato un modo di avvicinarsi ai propri fan e anche a chi non segue la Formula 1, con il linguaggio delle emozioni. La seconda stagione di Formula 1: Drive to Survive è già in cantiere: la speranza è che anche Ferrari e Mercedes si concedano alle telecamere, perché la Formula 1, per sopravvivere, ha bisogno di mostrarsi nell’intimo come mai prima.

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