sabato , luglio 20 2019
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La controriforma populista

Non c’è poi da stupirsi più di tanto se, dopo anni in cui al paese sono state somministrate massicce dosi di antipolitica, è passata quasi sotto silenzio, e senza suscitare chissà quali passioni, la famosa riforma costituzionale sul taglio di parlamentari. Neanche le fanfare pentastellate sul taglio delle poltrone e sulla fine dell’ingordigia dei forchettoni che occupano le Aule, hanno scaldato più di tanto il clima, perché in fondo è come se il provvedimento fosse già metabolizzato da un’opinione pubblica avvezza a considerare la politica come Casta, nell’epoca del gran rifiuto delle articolazioni democratiche.

Che volete che sia: la Camera passa da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200. In fondo, si dirà, solo un taglio di costi. E poco importa che il costo in questione sia di 65 milioni l’anno, in un paese che, nell’ultimo anno, ha visto crescere di 61,5 milioni ogni sei ore il debito pubblico, lievitato di 34 miliardi in dodici mesi. È assai indicativo di questo clima che nessuno, anche se il provvedimento oggi al Senato non è passato con la famosa maggioranza qualificata dei due terzi, ha lasciato intendere che chiederà il referendum confermativo. Non solo perché bisognerà attendere un altro passaggio alla Camera, ma la ragione è tutta politica: chi volete che chieda, in questo clima e su questo argomento, una consultazione popolare destinata a trasformarsi in un plebiscito anti-Casta, nel nuovo contro il vecchio, nella battaglia epocale dei difensori di un paese che soffre contro i vecchi partiti impegnati a difendere privilegi, posti e stipendi?

Il problema è che le riforme, se di riforma si può parlare, non vanno valutate solo assumendo il “numero” come variabile indipendente, ma in relazione alla dinamica che innescano, in termini di funzionamento istituzionale e, più in generale, di impatto democratico nel suo complesso. Ecco il punto. Questa riforma non cambia troppo, ma cambia poco e male. Cambia poco, perché non mette in relazione la riduzione del numero dei parlamentari al problema di fondo del meccanismo istituzionale italiano, il bicameralismo, diciamo così, “ripetitivo”, di due Camere con le stesse funzioni. E non ha l’ambizione di ridisegnare una nuova architettura costituzionale nell’ambito di nuovo equilibrio tra funzioni del Parlamento e forma di governo.

Nella fretta con cui è stata condotta la discussione – o meglio: la non discussione – la questione è stata consapevolmente rimossa. Perché, ad esempio, non ragionare di numeri dei parlamentari valutando l’opzione monocamerale, il che avrebbe consentito di affrontare il problema dei rapporti centro-periferia, che alimenta tanti contenziosi davanti alla Corte costituzionale, magari costituzionalizzando la Conferenza stato regioni? La verità è che non c’è mai stata l’ambizione di una “grande riforma”. Ma solo la volontà di agitare uno scalpo – il che non è poco – che consentirà ai Cinque Stelle di rivendicare la vitalità dello spirito delle origini e alla Lega di continuare a incarnare lo spirito del tempo, certificando – se ce ne fosse ancora bisogno – quanto è persistente la colla anti-establishment che li unisce. Al netto delle sceneggiate di giornata, una colla più forte delle convenienze del momento e della differenza degli insediamenti sociali.

Perché lo scalpo ha degli effetti, non solo in termini di funzionamento del Parlamento, con meno parlamentari chiamati a svolgere lo stesso lavoro, il che non migliorerà certo l’efficienza dell’iter legislativo e il funzionamento delle Camere. L’effetto è di un Parlamento meno rappresentativo e di una democrazia più debole e, come si ama dire oggi, più “disintermediata”, tra leader e popolo. È questo il grimaldello populista, nell’illusione della democrazia diretta. Perché è evidente che si riduce, e non poco il rapporto tra eletti ed elettori, rendendolo meno diretto. Con questa riforma viene enormemente dilatato lo spazio dei collegi elettorali, per cui ogni deputato rappresenterebbe oltre 400.000 abitanti e ogni senatore oltre 800.000. Sono numeri che allentano il rapporto eletti-elettori, che impattano sulla capacità effettiva di presenza nel territorio, sull’esercizio della funzione rappresentativa, sulla possibilità di fare campagne elettorali, in epoca in cui non c’è più il finanziamento pubblico. Parliamoci chiaro, questo risponde a una precisa visione: i parlamentati come tanti carneadi, eletti grazie al messaggio politico nazionale dei leader, chiamati poi, una volta eletti, più che a rappresentare, semplicemente ad eseguire decisioni che vengono prese dai leader grazie ai quali sono stati eletti.

Ma c’è di più. L’effetto congiunto della dilatazione del collegio e dell’attuale legge elettorale crea una ulteriore “distorsione” della rappresentanza. Potremmo dire così: rende ancora più “maggioritario il sistema”, perché altera le soglie di sbarramento. Formalmente restano al tre, ma sostanzialmente passano, a seconda delle regioni, al 10-20 per cento. Perché è chiaro che per eleggere meno parlamentari in collegi più grandi servono più voti. Qualcuno, come il parlamentare Federico Fornaro, uno dei maghi dei numeri in circolazione, ha già fatto qualche calcolo: nei collegi “plurinominali” del Senato in Piemonte e Veneto la soglia implicita sarebbe dell’11 per cento, in Friuli del 25, in Liguria del 33, in Toscana del 14, in Umbria del 25, nelle Marche del 33, In Abruzzo e Sardegna del 33, in Basilicata e Calabria del 25. Nei collegi uninominali, dove chi arriva primo vince, solo i partiti che prendono più del 20 per cento avranno eletti. Detta in modo un po’ tranchant: è un meccanismo che palesemente avvantaggia la Lega, consentendole di andare da sola. E che, invece, mette a rischio non solo i partiti più piccoli, ma anche i Cinque stelle, almeno sul proporzionale, in almeno 5 regioni.

Dunque: torsione maggioritaria, subordinazione ancora più accentuata del legislativo all’esecutivo, svuotamento della rappresentanza. La controriforma populista, già così piuttosto incisiva, ha un secondo corno che ne completa il disegno. Politico. Ideologico. Ed è il secondo progetto di riforma costituzionale che è già passato alla Camera, quello che introduce il referendum di iniziativa popolare. È questo “combinato disposto” che, di fatto, travolge la democrazia parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. Funziona così: chi raccoglie almeno 500mila firme può chiedere un referendum non solo per abrogare una legge, ma anche per proporne una, cavallo di battaglia dei Cinque Stelle. Per evitare il voto, il Parlamento dovrà approvare una legge identica, altrimenti sceglierà il popolo nelle urne. E questo potrebbe accadere in parecchie materie, perché il ddl Fraccaro non impone limiti se non esclude la possibilità di indire un referendum “su leggi tributarie e di bilancio, amnistia e indulto, ratifica dei trattati internazionali”. 

È evidente l’effetto “sistemico”, del combinato disposto. Immaginate Salvini proporre una legge per introdurre la libertà di vendita delle armi, che però viene “temperata” dal Parlamento. Bene, cinquecentomila firme e via. Col piccolo dettaglio che le fabbriche d’armi della Val Trompia potranno sovvenzionare i comitati e investire sulla campagna elettorale, diversamente dai partiti contrari a cui, sempre nel mito della democrazia diretta, sono stati tagliati i finanziamenti pubblici. Il Parlamento, reso inutile e condizionabile, sarà chiamato a ratificare, senza che i professionisti della democrazia diretta si pongano il problema di quanto questo sistema rappresenti il pascolo ideale delle lobby, dei comitati d’affari, dei gruppi di interessi. Demonizzati dal nuovo che avanza assai meno della politica, sporca per definizione. È il populismo, bellezza.

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