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Le autonomie regionali differenziate e la questione meridionale irrisolta… secessione alla ribalta!

Mentre i vari talk show fanno campagna elettorale a Salvini mettendo in risalto le politiche di immigrazione e la TAV, la Lega cavalca nuovamente il suo antico cavallo di battaglia. La secessione delle regioni ricche del Nord.

Questa riforma, che sta passando nel silenzio pressoché generale e che sarà attuata con una legge rafforzata, mette ulteriormente in pericolo l’universalità dei diritti e l’unità nazionale. Stiamo parlando della riscrittura del funzionamento dei nostri servizi pubblici e dei diritti sociali.

Il governo D’Alema, con la riforma del titolo V della Costituzione, a mio avviso sconsiderata, sosteneva di voler arginare la cosiddetta “Devolution” auspicata dalla Lega negli anni ’90 (e mai abbandonata).
L’innovazione, apportata al disposto dell’articolo 116, sta nel terzo comma: “… Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’art.

117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere 1), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”, che permette particolari tipi di devoluzione di responsabilità alle Regioni virtuose e meritevoli, ossia nel caso in cui le Regioni presentino dei bilanci in regola, l’attribuzione di ulteriore autonomia “purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.

Le attribuzioni ulteriori possono riguardare le politiche sociali e ambientali, le politiche attive del lavoro, sanità, sicurezza, istruzione e la formazione professionale nonché il commercio con l’estero ed il governo del territorio. A seguito delle iniziative intraprese dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, nel febbraio 2018 hanno sottoscritto tre distinti accordi preliminari con il Governo Gentiloni per l’attuazione di condizioni speciali di autonomia.

L’accordo preliminare è stato firmato per conto del Governo Gentiloni dal sottosegretario Gianclaudio Bressa e per conto delle Regioni da Luca Zaia, Roberto Maroni e Stefano Bonaccini.
Le modalità con cui le tre regioni hanno attivato il percorso ex art.

116, terzo comma, sono diverse. Si ricorda che le Regioni Lombardia e Veneto hanno svolto il 22 ottobre 2017, con esito positivo, due referendum consultivi sull’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.

La Regione Emilia-Romagna si è invece attivata, su impulso del Presidente della Regione, con l’approvazione da parte dell’Assemblea regionale, il 3 ottobre 2017, di una risoluzione per l’avvio del procedimento finalizzato alla sottoscrizione dell’intesa con il Governo richiesta dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.
In tutti e tre gli Accordi preliminari le materie di prioritario interesse regionale oggetto del negoziato nella prima fase della trattativa sono le seguenti: tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, tutela della salute, istruzione, tutela del lavoro, rapporti internazionali e con l’Unione europea.

Tutte e tre le regioni si sono riservate la possibilità di estendere il negoziato, in un momento successivo, ad altre materie (come è possibile constatare dalla documentazione messa a disposizione dal sito istituzionale della Camera.
Secondo quanto sostiene Gianfranco Viesti nel suo libro “La secessione dei ricchi”, tre sono i motivi che metterebbero a repentaglio l’unità nazionale: 1) è in pericolo l’universalità dei diritti perché si parla di riscrittura del funzionamento dei nostri servizi pubblici.

Ad esempio, per la scuola, il Veneto e la Lombardia chiedono la regionalizzazione dell’istruzione. Il sistema scolastico nazionale in queste due regioni smetterebbe di funzionare a vantaggio di un’amministrazione regionale che oltre a gestire l’istruzione avrebbe addirittura competenza concorrente con lo Stato nel definire le finalità della scuola.

Una legge che porterà a un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio, i docenti e il personale diventerebbero dipendenti regionali, non più statali, con contratti specifici e nuovi salari da stabilire. L’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca è condizione irrinunciabile per garantire uguaglianza di opportunità alle nuove generazioni.

La sanità, già in parte stravolta da pesanti tagli e privatizzazioni, diventerebbe di competenza regionale, segnando la fine del Sistema sanitario nazionale.  Si modifica il funzionamento dei grandi servizi pubblici e si possono definire i diritti dei cittadini in base alla loro regione di residenza.

Per poter usufruire dei servizi nella quantità e qualità necessarie, non basterebbe essere cittadini italiani, ma esserlo di una regione ricca, in aperta violazione dei principi di uguaglianza sanciti nella Costituzione. 2) Le regioni a più alto reddito trattengono una parte maggiore delle tasse raccolte nel proprio territorio, sottraendola alla fiscalità nazionale.

Una redistribuzione delle risorse statali, quindi, a favore delle regioni ricche. Redistribuire le risorse in base al gettito fiscale, vuol dire che se il veneto o la Lombardia hanno un gettito fiscale due o tre volte rispetto alla Calabria, una scuola o un ospedale del Veneto riceverebbe un finanziamento doppio o triplo rispetto a quello delle regioni più povere, ciò verrebbe a comprimere ulteriormente i diritti dei cittadini di queste regioni.

3) il terzo è di carattere democratico. Il governo ha tentato di far approvare il testo in Consiglio dei Ministri in totale segretezza, senza informare il Parlamento, senza alcuna discussione pubblica.

Ad eccezione, finora, di Corrado Formigli che, giovedì 7 marzo, ha affrontato una breve discussione nel suo programma televisivo, per il resto degli show mediatici le autonomie differenziate non sono un problema. Il PD si è fatto quindi propulsore di questa riforma che stravolge ulteriormente il principio di solidarietà fra le regioni e l’uguaglianza fra i cittadini, sostiene la TAV e non la costruzione di infrastrutture per il mezzogiorno, privo da anni.

Molti cittadini del Mezzogiorno, totalmente ignari del progetto della Lega, nelle ultime elezioni hanno sostenuto Salvini e le sue scorribande nelle periferie, promettendo di favorire prima gli italiani, ma omettendo di dire che solo se sono cittadini ricchi, lombardi, veneti e di altre regioni che hanno servizi e un gettito fiscale consistente.

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