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domenica , novembre 18 2018
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Le politiche di spesa in deficit non sono rivoluzionarie. Sono di destra

C’è sconcerto a sinistra. Come possiamo criticare, sul piano della politica economica, questo governo che fa quanto da parte nostra si è sempre auspicato? Questo governo che si oppone all’odiosa politica dell’austerità dell’Unione Europea e sfida con coraggio le regole ottuse degli equilibri finanziari? Sarà pure – si dice – un governo di destra, a tinte fasciste e razziste, che se ne deve andare al più presto, ma non possiamo attaccarlo perché vuole mandare in soffitta il Fiscal compact, che è anche un nostro nemico. Su questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nulla di sinistra e di rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit: oggi, in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una politica sovranista, una politica antieuropea. E non c’è niente di sinistra nel volere sfasciare l’Unione europea per tornare a stati nazionali pienamente sovrani. Come dice bene Piero Bevilacqua su il manifesto (29 settembre) «lo spazio politico dell’Unione europea è lo spazio minimo in cui pensare un’azione politica in grado di una qualche efficacia». Va bene, si dirà, ma perché politiche di spesa finanziate ricorrendo al debito avrebbero necessariamente questo segno antieuropeo? La spiegazione è semplice. Creando in Europa una moneta unica, gestita a livello sovranazionale, ma lasciando al contempo agli Stati nazionali la politica fiscale, si è, di fatto, sottratta loro la possibilità di ricorrere al debito. In uno Stato nazionale pienamente sovrano il debito e la moneta sono un tutt’uno, e lo sapevano bene i governi dell’Italia democristiana che sapientemente usavano la moneta per rendere sostenibile il debito. Ora non si può più fare. È come se ogni Stato dell’Unione emettesse debito in una valuta straniera, perché si tratta di una valuta di cui non ha il controllo. L’unica via di uscita politicamente percorribile “da sinistra” è quella della creazione di un’unione fiscale europea con un proprio debito, al quale, allora sì, si potrebbe fare legittimamente ricorso, quando necessario. È una prospettiva che implicherebbe condivisione dei rischi, accettazione della redistribuzione di risorse tra gli Stati, solidarietà sovranazionale: tutto quanto, oggi, i trattati europei rigorosamente escludono. Vorrebbe, dire, di fatto, unione politica. Si dirà che tutto questo è ben di là da venire. D’accordo, ma non ci sono scorciatoie. Una strategia politica di sinistra, oggi, può solo avere una dimensione sovranazionale: europea e mondiale. Politiche di ricorso al debito sono obiettivamente politiche di rottura dell’Unione, ripiegamento verso lo Stato nazionale sovrano: il debito nazionale non può che riportare, prima o poi, alla moneta nazionale, cioè alla fine dell’euro e, di fatto, dell’Unione. Si deve dire che la posizione ufficiale del governo, come viene presentata dal ministro Tria, è che, nel loro programma, ci sarebbe sì un maggior deficit nel breve periodo (il famoso 2,4%), ma questo porterebbe a una riduzione del rapporto debito/Pil, non ad un aumento. Il miracolo è atteso dalla crescita, che sarebbe indotta dalla politica fiscale espansiva: il tasso di aumento del Pil, che al momento tende allo zero, compierebbe un balzo all’1,6% l’anno prossimo e all’1,7% l’anno successivo. La bacchetta magica sarebbero i maggiori investimenti sia pubblici sia privati. Ma, dal lato del pubblico, non si vede perché dovremmo imparare in pochi mesi quanto non abbiamo saputo fare per anni, cioè spendere in tempi ragionevoli i soldi destinati agli investimenti. Dal lato del settore privato, è molto dubbio che le imprese potranno aumentare significativamente gli investimenti in presenza degli aumenti del costo del denaro e della restrizione di credito che sono già ora in atto, come effetto annuncio delle politiche governative. Compagni, possiamo stare tranquilli, questo governo è tutto di destra, anche nella politica economica.

Ernesto Longobardi è ordinario di Scienza delle finanze nel Dipartimento di Economia e finanza dell’Università di Bari. È autore di numerosi lavori di finanza pubblica, in particolare su temi di economia tributaria e di relazioni finanziarie intergovernative.

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L’articolo di Ernesto Longobardi è tratto da Left del 5 ottobre 2018

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