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Mauritius, l’ultima zampata al colonialismo La risoluzione delle Nazioni Unite chiede la restituzione, entro sei

Nel bel mezzo dell’Oceano Indiano c’è un gruppo di isole meravigliose, le Mauritius, riunite in un arcipelago che apparteneva al Regno Unito e che concesse loro l’indipendenza nel 1960 nel processo di decolonizzazione. Indipendenza quasi totale perché Londra volle tenere per sé le Isole di Chagos, pagando a Port Luis tre milioni di sterline e trasferendone i 3.000 nativi dal 1967 al 1973 proprio nelle attuali Mauritius.

Ma lo scorso maggio l’Onu, tramite la sua Assemblea Generale, ha votato una risoluzione che chiede la restituzione, entro sei mesi, delle Isole Chagos alle Mauritius, con 116 stati a favore, 56 astenuti, tra cui Germania e Francia e 6 contrari, Australia, Stati Uniti, Ungheria, Israele, Maldive, Regno Unito. Precedentemente, nel 2017 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu all’Aia aveva sentenziato che l’isola doveva tornare alle Mauritius.

Il suo presidente Abdulqawi Yusuf, ha dichiarato allora: «La Gran Bretagna ha l’obbligo di porre fine quanto prima all’amministrazione delle isole Chagos». La storia inizia con le complesse trattative per la loro indipendenza con gli Usa che chiesero ed ottennero un avamposto strategico, l’atollo Diego Garcia, a circa 60 chilometri dall’India dove costruirono una base militare denominata ‘Camp Justice’ spendendo allora 3 miliardi di dollari.

L’atollo è una vera e propria ‘portaerei naturale’ assolutamente strategica per gli americani. Questa concessione scade nel 2036, ma da tempo i nativi delle Isole Chagos rivogliono le loro terre che, come detto, sono dei veri e propri Eden con il loro ecosistema intatto e purissimo.

La risoluzione delle Nazioni Unite è solo consultiva e non vincolante legalmente ma comunque lo è dal punto di vista etico e mette in discussione il sistema imperialistico britannico che non è affatto scomparso come si può credere, ma tramite il Commonwealth è attivissimo a perseguire i vantaggi di Sua Maestà britannica.

Si pensi solo che grandi Paesi ‘occidentali’ come il Canada e l’Australia hanno come Presidente ancora la Regina d’Inghilterra Elisabetta II che non ha fatto rinunciato al suo ruolo e che è ben superiore a quello onorifico e rappresentativo che Londra vuol fare intendere.

L’altro risvolto riguarda il tradizionale alleato del Regno Unito e cioè gli Usa che tramite la loro base fanno decollare i bombardieri verso l’Asia e il Medio Oriente. Tecnicamente l’isola Diego Garcia è un atollo piatto di 45 km quadrati che fa parte dei Territori britannici d’Oltremare. La storia di come andarono le cose è contenuta in un libro del 2011 di David Shame: ‘Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia’, Princeton University Press, 2011 (‘L’Isola della vergogna: storia segreta della base militare di Diego Garcia‘) da cui si evince il piano americano per il controllo delle cosiddette ‘isole strategiche’, che tra l’altro includevano anche Pearl Harbour, in ottica dapprima anti giapponese e poi anti sovietica durante la Guerra Fredda.

Certamente la presidenza Trump non vorrà neppure prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di sgombero che magari, con la presidenza Obama, aveva qualche possibilità in più. La politica americana nell’Oceano Indiano è, come in altre parti del mondo, assai aggressiva per la vicinanza di nazioni con cui gli Usa sono quantomeno in guerra commerciale, come la Cina e la base Garcia rappresenta non solo una commodity Usa ma un vero deterrente militare strategico a cui difficilmente rinuncerà. Inoltre, la sua vicinanza all’Africa è importante perché permette agli americani di controllare un’area di grande interesse commerciale per la stessa Cina e anche per l’India.

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