mercoledì , giugno 19 2019
Home / Politica / Mortificati dalla politica spettacolo e il diritto al lavoro diventa uno spot

Mortificati dalla politica spettacolo e il diritto al lavoro diventa uno spot

Mostra d’Oltremare di Napoli, ore 8 del mattino, Luigi e i suoi sette colleghi dell’appalto delle pulizie, arrivati alle 7, vanno via. Non è una combinazione, è la regola: il loro lavoro dura un’ora. Il resto della giornata lo passano a cercare di arrangiarsi, come capita, dove capita, perché, con 200 euro (lordi) al mese, certo non sbarchi il lunario. Chi vive la vita vera sa che non è una storia isolata, ma quella di tanti in un Paese che ha perso la bussola, specie al Sud. La frammentazione degli appalti e le gare al ribasso sul costo del lavoro sono uno degli effetti delle ipocrite politiche di questi anni che la lotta agli sprechi la combattono solo alle spalle di chi non può parlare. E sì, perché – persino nella terra dei record della disoccupazione, a partire da quella giovanile – è difficile chiamare “lavoro” quello di Luigi e dei suoi colleghi. E, accanto a loro, di oltre un quarto delle persone che, secondo gli indicatori Istat, pure risultano “attive” nel mercato del lavoro del Mezzogiorno. Sto parlando della massa dei precari, dei consegnatori di pasti e di pacchi, dei camerieri nei week end, degli operatori dei call center, dei ragazzi di bottega, dei bibitari meno fortunati di Di Maio. Insomma, di tutti quelli che vivono una condizione di precarietà e di instabilità di dimensioni tali, anche dal punto di vista psicologico, da essere portati a mettere in discussione, in loro stessi, il concetto di dignità della persona: “Se non ho lavoro o, peggio, quello che ho, è clamorosamente sottopagato, non ho garanzie, né ho la possibilità di progettare o mantenere un percorso di vita”. Una situazione resa drammatica dal fatto che tutto ciò non accade in un Paese del terzo mondo, nel quale mancano i beni essenziali o non esistono le condizioni minimali del vivere civile, ma in una delle economie più avanzate del mondo occidentale. È questo, in fondo, il cortocircuito del Sud. Qui tante persone vivono guardando, come da una vetrina, un sistema economico che trasuda ricchezza e benessere, in termini di potenzialità di consumi, ma anche di prospettive, dalle quali però tutte loro sono (e comunque si sentono) drammaticamente escluse. Un quadro che imporrebbe delle azioni forti da parte della politica. E invece no. Accanto alle rituali lamentazioni, si continuano a mettere in campo solo misure che, usando assai garbo, ci si può limitare a definire “fuori fuoco”. A fatica stiamo uscendo dal trip comunicativo sul reddito di cittadinanza che già si affaccia un’altra chimera, il salario minimo. Mi spiego. Il reddito di cittadinanza – nei Paesi in cui davvero esiste – è un sistema integrato di politiche attive del lavoro, un meccanismo, complesso, che fa incrociare domanda e offerta di lavoro e che accompagna la persona, per esempio attraverso percorsi di formazione e/o riqualificazione, verso l’occupazione, di cui si conoscono le richieste e le effettive possibilità. Purtroppo, specie al Sud, questo strumento si sta riducendo a mero ammortizzatore sociale: i centri per l’impiego non funzionano, l’effettivo andamento del mercato del lavoro è ignoto allo Stato e alle Regioni, la formazione professionale continua a servire solo gli interessi dei formatori. E così, la possibilità di essere aiutati a trovare un lavoro è solo teorica. Insomma, un pasticcio ben rappresentato dalla faccenda dei “navigator”: dovevano essere professionisti al servizio di chi cerca lavoro e si stanno trasformando, prima ancora di entrare in azione, in impiegati precari. Quanto al salario minimo, rischiamo di dare vita ad un’altra illusione. Anzi se, fino ad ora, abbiamo parlato di misure “fuori fuoco”, in questo caso è addirittura il soggetto inquadrato nell’obiettivo a essere sbagliato. L’aggravante è che i promotori lo sanno bene e – non so se è meglio pensare consapevolmente o per ignoranza – stanno per prendere in giro di nuovo chi ha fame, non solo di risposte. Se lavori quattro, tre, due o addirittura un’ora solo al giorno, non cambia molto se quelle ore te le pagano qualche euro in più: neanche con il salario minimo raggiungerai mai la soglia, appunto minima, che consente di vivere con dignità e guardare al futuro con speranza. Ma oltre al danno, come spesso accade, c’è anche la beffa. Il salario minimo è un provvedimento che ha come unico destinatario i soli lavoratori subordinati. Per intenderci, ne restano fuori i co.co.co., i parasubordinati, i finti autonomi, i lavoratori al nero. Peccato che sono proprio queste le persone che, più di tutte, subiscono un trattamento economico da fame, con “paghe” orarie indecenti, con orari impossibili, con prestazioni richieste la sera, la notte o nei giorni festivi che non possono neppure rifiutare pena l’uscita dal “giro”. La verità è un’altra. La politica spettacolo di questa brutta stagione si nutre di annunci a effetto e di slogan accattivanti, non di proposte che possono davvero tornare utili. Lo so, ma non mi rassegno e allora lo dico lo stesso, anche se non suona ‘smart’. Il lavoro tornerà ad essere dignitoso, quando si abbasserà il suo costo lordo, ponendo termine al paradosso tutto italiano degli stipendi netti più bassi al costo più alto d’Europa. Se mettiamo in fila i “miracoli” degli ultimi governi che non sono serviti a nulla (se non a regalare il Parlamento a tanti commedianti), i soldi ci sono già: tra 80 euro, incentivi ai contratti a tutele crescenti, reddito di cittadinanza ecc, stiamo parlando di qualche decina di miliardi. Numeri che cambierebbero la vita delle persone e anche delle imprese. Purtroppo per questi cinici mercanti del consenso i nostri ragazzi non sono uomini e donne a cui garantire un futuro. Sono numeri, ossia voti. E così, già li vedo all’opera. Dici che, per applicare la misura, serve un rapporto di lavoro subordinato? Qual è il problema. C’è sempre tempo per dire: “Li trasformeremo tutti in dipendenti”. Naturalmente più in là, dopo le prossime elezioni, dopo che avranno messo la croce sul simbolo giusto.

presidente Associazione NordSud

Leggi Anche

Foggia, è morta a 116 anni nonna Peppa, la donna più anziana d’Europa

Nonna Peppa era una star della provincia di Foggia: nel giorno del suo ultimo compleanno …