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Nuovo governo, la sinistra spaccata muore aspettando Godot

Nuovo governo, la sinistra spaccata muore aspettando Godot

La crisi politica politica in atto, conseguenza del terremoto elettorale che ha determinato un radicale rovesciamento delle gerarchie precedenti, non ha ancora prodotto un’ipotesi concreta di maggioranza di governo.

Forse in settimana Sergio Mattarella batterà un colpo e affiderà un pre-incarico ad un esponente di una delle due compagini che hanno avuto i migliori risultati, ovvero ai Cinque Stelle o alla Lega. Intanto la situazione internazionale, dopo l’attacco alla Siria, da parte del trinomio Usa, Regno Unito e Francia, può subire un’ulteriore drammatica evoluzione verso un conflitto ancora più ampio; c’è da sperare che questo non accada ma lo sblocco dell’empasse è davvero indifferibile.

Le due formule più accreditate, finora puramente ipotetiche, sono un governo di centrodestra a guida leghista che raccolga voti sparsi in Parlamento secondo l’indicazione data da Silvio Berlusconi, la seconda è quella di un accordo M5S-Lega senza Berlusconi che allo stato sembra avere poche chance perché Salvini non può sganciarsi dalla sua coalizione. Tertium non datur, ovvero un accordo tra M5S e Pd-Leu avrebbe i numeri in Parlamento ma al momento il Pd a trazione renziana non lo vuole, soprattutto se la guida del governo fosse ancora “pretesa” da Luigi Di Maio.

Notare come la dinamica politica mantenga ancora, nonostante la pessima legge elettorale semi-proporzionale, un carattere nettamente maggioritario-leaderistico-nominale, ovvero le preferenze o i veti si materializzano verso o contro le persone – “Sì a Salvini ma no a Berlusconi”, “Sì al Pd ma no a Renzi”, “Sì ai M5S No a Di Maio” – mentre le differenze programmatiche sembrano scivolare su piani secondari se non terziari. E’ il segno che la crisi politica si gioca ancora su un piano di conflittualità pregiudiziale, molto probabilmente perché le forze soccombenti non intendono riconoscere quelle prevalenti e gli impediscono di governare.

Ciò dovrebbe far riflettere sulla profondità della caduta di valori democratici del nostro sistema politico: era molto più elevata la capacità dialettica costruttiva nella Prima Repubblica, pur condizionata da blocchi internazionali e differenze ideologiche reali, che questa declinante Seconda o Terza repubblica, in cui il potere assume sempre più il carattere di assolutismo personale o oligarchico.

In questa crisi terminale è la patologia della sinistra o di quel che ne rimane. Dopo aver subito la più cocente delle sconfitte che si somma a quella non meno grave del referendum costituzionale, il Pd da partito dominante a vocazione maggioritaria si è ridotto ad una formazione che pesa meno di un quinto in Parlamento e che, se le cose rimangono come sono adesso, è destinata a subire ulteriori emorragie di voti. Ciononostante sembra che Dio oltre ad accecare chi vuole perdere, abbia inflitto anche alla cecità un carattere di irreversibilità: non un alito di ripensamento sembra emergere tra le fila smembrate di quel che resta di quel partito.

Non meglio, anzi peggio, sta la cosiddetta sinistra alternativa: dopo aver collezionato un’altrettanto sonora bocciatura alle elezioni, non solo non dà segni di vita ma se possibile sta ulteriormente degradando verso la pura irrilevanza. A distanza di un mese e più, non è assolutamente chiaro che fisionomia potrà avere la compagine di Liberi e Uguali: invece di avviare una seria discussione autocritica per recuperare consenso e attivare forze nel territorio, magari aprendo un confronto con l’altro raggruppamento di Potere al Popolo, si prosegue con la gestione di piccolo cabotaggio in attesa di “Godot” ovvero di niente.

Così accade che ad Imola, ex roccaforte (oggi semidiroccata) del Pd renzianissimo di Giuliano Poletti che si avvia alle elezioni amministrative, dove peserà un giudizio assai negativo sull’operato dell’ex sindaco Daniele Manca, ora parlamentare, esponente della nomenklatura più invisa a buona parte dell’elettorato di sinistra e del suo stesso partito. Liberi e Uguali, che pure localmente aveva raggiunto un dignitoso cinque per cento, si è diviso: Articolo 1 di Bersani e Errani non trova meglio da fare che correre in soccorso, alleandosi con il Pd declinante se non soccombente; Sinistra italiana, Possibile ed altre formazioni hanno dato luogo ad una lista alternativa.

Un segno inequivocabile di grave disorientamento, di scarsa lucidità e capacità politica di discernere cosa che sarebbe elementarmente più utile ad una formazione la cui esistenza è già sotto la soglia vitale.

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