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domenica , novembre 18 2018
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“Per sviluppare il Pil ridurre la pressione fiscale sul lavoro e …

«Abbiamo settori che hanno un alto tasso di capacità di crescita. Penso ai nostri comparti della chimica, farmaceutica, tessile. In quest’ambito ci sono eccellenze che competono sui mercati internazionali, grazie anche alla propensione alla ricerca e all’innovazione tecnologica. Il problema è che queste aziende rappresentano il 25% del tessuto produttivo: il restante è costituito da realtà che operano esclusivamente sul mercato interno e che risentono delle politiche di austerity attuate in questi ultimi anni e hanno perso la capacità di sviluppare il Pil».  

 

La premessa di Paolo Pirani, il primo segretario generale della Uiltec, la nuova categoria sindacale della Uil che raduna i lavoratori della chimica, dell’energia e del tessile , porta alla manovra del governo. “Be’, non è un caso se l’ultimo rapporto Ocse aveva visto diminuire le stime di crescita per l’Italia, punto che necessariamente ha portato a rivedere i riferimenti della legge finanziaria. Ora si deve per forza riaprire il dibattito tra riforme e rapporto tra deficit, debito e Pil». 

 

E secondo lei che dovrebbe fare l’Italia?
 

“Una scelta dentro l’Europa e dentro una capacità di contrattazione con quest’ultima che favorisca le politiche di sviluppo che rilancino la domanda. Vale a dire diminuire la pressione fiscale sul lavoro e attuare politiche salariali attive. Gli economisti dicono che i salari hanno una scarsa crescita: e allora aumentiamoli. Abbiamo rinnovato il contratto chimica e ci apprestiamo a rinnovare tutti gli altri, più di una ventina. Così come stanno facendo altri settori produttivi». 

 

A proposito di contratti. Non pensa che forse si debba guardare avanti anche sotto questo profilo? Adeguare, insomma, la materia all’evolversi dei tempi?
 

«Certo. La mia idea è ‘un’impresa un contratto’. Mi spiego: oggi all’interno di un’impresa operano più realtà e più contratti: c’è l’impresa, l’appalto dell’impresa, il sub-appalto… E ciò che ruota attorno. Più accordi, modulazioni diverse dei diritti. Prendiamo un’impresa petrolchimica, una raffineria. C’è un nucleo principale e vi sono altre imprese intorno ad esso, che lavorano in appalto e che applicano contratti diversi da quello dell’azienda-madre. Aree grigie in cui diminuisce anche la capacità di tutelare la sicurezza, aree in cui poi nascono il più delle volte i problemi. La soluzione? Bisogna abbandonare le divisioni di un tempo e legarsi alla filiera produttiva. Il punto di riferimento sarà la catena di valore. Se opero nel petrolchimico tutta la filiera fa riferimento a quella categoria». 

 

Bisogna cambiare mentalità.
 

«Ci sono sistemi come la blockchain, la “catena di blocchi”, che sono legati al prodotto e che consentono di seguire l’intera sua evoluzione lungo la filiera. Questo potrebbe ad esempio rappresentare un uso intelligente della tecnologia applicato a un modello contrattuale innovativo. Ma è necessario un salto culturale che deve fare il sindacato e anche l’impresa. E un clima di coesione che, confesso, in questo momento non avverto in Italia». 

 

Lei parla di sindacato. E’ da sempre frammentato, spesso in anime contrapposte. Non le sembra anacronistico?
 

«Preferisco ragionare ora sulle dinamiche contrattuali che vogliamo innovare più che sugli aspetti organizzativi del sindacato. Che non sono comunque secondari. Ai consessi internazionali altri paesi sono rappresentati da un sindacato dell’industria, noi ci presentiamo in sei». 

 

Si parla molto di nazionalizzazione, anche in riferimento alla tragedia del Ponte Morandi di Genova e alla sua ricostruzione. Lei cosa ne pensa?
 

«Il progetto delle partecipazioni statali, con la nazionalizzazione di asset, nacque per dare sviluppo al Paese. Dovevamo costruire le nostre infrastrutture, dalle autostrade al sistema dell’energia e delle telecomunicazioni. Questo sistema le ha rese utilizzabili da tutti i cittadini e ha consentito all’Italia di diventare la settima potenza industriale del mondo. Oggi ho invece l’impressione che l’idea della nazionalizzazione di asset sia immaginata come una sorta di autodifesa rispetto ai gravi ritardi che si sono manifestati e che poco abbia a che fare con lo sviluppo. Si parla di nazionalizzazioni e non di politica industriale». 

 

Lei non vede lo Stato nel ruolo di proprietario?
 

«Più che in un ruolo di proprietario, io vedo lo Stato come soggetto capace di regolare e orientare la crescita, anche attraverso la gestione delle concessioni, che ripeto vanno dall’energia al wi-fi, dalle strade alle ferrovie. Stiamo parlando di beni comuni, che vanno tutelati. Non necessariamente statalizzandoli, ma con leggi e strumenti che consentano di rispettarli e valorizzarli». 

 

Tariffe incluse.
 

«Sulle politiche tariffarie all’epoca del governo Ciampi c’era un tavolo che vedeva governo sindacati imprese confrontarsi anche nella definizione delle tariffe. Si guardava al rapporto con l’inflazione, evitando che aumentasse. Oggi tutto ciò si è smarrito: il rapporto con l’inflazione dovrebbe essere legato ai volumi degli investimenti dei concessionari, ma non c’è nessun controllo. Non possiamo certo pensare a un ritorno al socialismo municipale, che è una vecchia suggestione, ma a gestire una transazione del nostro paese dal punto di vista energetico e tecnologico con regole chiare sì. E anche con strumenti finanziari idonei, anziché utilizzare la Cdp come prezzemolo, per tamponare le situazioni più difficili». 

 

Scusi, sulla ricostruzione del Morandi lei come si pone?
 

«Quel ponte va ricostruito, in Italia abbiamo aziende pubbliche e private di eccellenza, si trovino le migliori e lo si faccia». 

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