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Perché la Spagna è ancora senza governo e cosa c’entra l’Italia

Dopo più di settanta giorni dalle elezioni politiche del 28 aprile la Spagna non ha ancora un governo. E questo nonostante una maggioranza sulla carta e nei numeri ci sarebbe: ma il matrimonio fra i socialisti di Pedro Sànchez e Podemos, contrariamente a tutte le previsioni, sembra sempre più lontano.

Sànchez punta sul monocolore socialista, anche sei 123 seggi conquistati sono lontani dai 176 necessari per avere il controllo della Moncloa, il parlamento di Madrid. Sarebbe quindi comunque indispensabile un appoggio esterno.

Il calendario non è serratissimo e Sànchez sembra voler prendere tempo. Il 22 e 23 luglio il parlamento spagnolo sarà chiamato a investire il nuovo presidente dell’esecutivo, a quasi tre mesi dalle consultazioni generali. A questa prima tornata per essere eletto Sànchez avrà bisogno della maggioranza assoluta che, come abbiamo visto, non ha in autonomia.

Alla seconda votazione, due giorni dopo, basterà la maggioranza semplice: obiettivo che i socialisti conquisterebbero, ma nascerebbe in questo modo un governo di minoranza. Paradossalmente però, non esiste, risultati alla mano, nessuno altro governo possibile che quello con il Psoe alla guida.

I rapporti con Podemos

Ma perché Sànchez è così riluttante all’alleanza che sembrerebbe naturale con Podemos? I motivi sembrano essere sostanzialmente due. In primis il buon risultato dei socialisti alle elezioni europee, parallelamente a quello deludente del movimento guidato da Pablo Iglesias, tenta i socialisti a un ritorno a breve alle urne con la possibilità di cannibalizzare Podemos.

In secondo luogo, in questo momento la posizione della Spagna, nonostante l’assenza di un governo investito dal voto popolare, sembra, soprattutto a livello europeo, decisamente solida.

Sànchez ha giocato un ruolo decisamente preminente, a fianco di Germania e Francia, nella tessitura delle trame che hanno costituito l’ossatura dei nuovi vertici della Commissione europea, riuscendo a piazzare fra i big Josep Borrell, spagnolo e socialista, nella casella di Alto Commissario per gli Affari Esteri, ruolo in precedenza ricoperto dall’italiana Federica Mogherini: un avvicendamento simbolico dei mutati rapporti di forza in seno alla Ue, con una Spagna più forte e un’Italia più debole.

Fra il Pseo e Podemos potrebbe giocare il ruolo del terzo incomodo Ciudadanos che, nonostante dopo la recente svolta a destra sia decisamente inviso alla base socialista, nello scenario dell’esecutivo socialista di minoranza sarebbe uno dei due forni con cui Sanchez può sperare di alimentare la legislatura prima del, a quel punto inevitabile, ritorno alle urne. Una sponda a sinistra con Podemos sui temi sociali, una a destra con Ciudadanos sui temi economici.

Tutto questo, come si diceva, in contrasto a quella che sembrerebbe l’alleanza naturale dopo i risultati del voto di aprile: i 35 seggi di Podemos porterebbe l’esecutivo a un passo dal vedere la luce. Con una sola astensione o defezione dalle opposizioni la legislatura potrebbe prendere il via.

Ma Sànchez in queste ore sembra aver preso la strada opposto e ciò nonostante da parte di Iglesias siano arrivate rassicurazioni su un tema caldissimo come quello della questione catalana: Podemos alleggerirà la sua posizione in passato più aperta alle ragioni dei secessionisti.

Ciò invece su cui sembra non esserci accordo è la distribuzione degli incarichi fa le due forze politiche. Da una parte Podemos dice di accontentarsi di soltanto un terzo dei dicasteri, proporzionalmente ai risultati elettorali, dall’altra i socialisti, attraverso le parole della portavoce Adriana Lastra accusano Iglesias di giocare al rialzo.

Dopo il voto del 25 luglio, se la Spagna non avrà una maggioranza a pieno titolo, ci saranno ancora due mesi prima che scatti il ritorno a nuove elezioni. Tutto può quindi ancora succedere. Per ora però, in un Paese abituato negli ultimi anni a ricorrere anche in tempi brevi a nuove consultazioni, l’azzardo di Sànchez sembra poter funzionare.

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