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Più di due miliardi di persone non hanno ancora accesso a internet - Top Notizie
sabato , dicembre 15 2018
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Più di due miliardi di persone non hanno ancora accesso a internet

(Credits: Getty)

Un’internet universale, accessibile a tutti, è e rimarrà, perlomeno per un bel po’ di anni, ancora un sogno. Sono due miliardi e 300milioni le persone che ancora nel 2018 vivono in paesi dove la rete non è un bene che ci si possa permettere. Più del 30% della popolazione mondiale. Parliamo di luoghi dove anche solo un giga di traffico dati è fuori portata per le tasche dei cittadini, e corrisponde a oltre il 5% dello stipendio, con punte in alcuni casi anche del 20%, quando la soglia accettabile sarebbe del 2%.

Negli ultimi anni il trend dell’accessibilità delle tecnologie per la comunicazione e l’informazione è andato gradualmente migliorando, ma quest’anno molto poco rispetto a quello passato. A restare offline sono soprattutto le regioni insulari dei paesi in via di sviluppo, e lo zoccolo duro sono ancora una volta le infrastrutture, che per molti governi non rappresentano una priorità e laddove di conseguenza non si investe abbastanza.  

I dati sono stati resi noti oggi, nell’ultima analisi della Alliance for Affordable Internet (A4Ai), un programma che riunisce imprese, governi e membri della società civile di tutto il mondo per sviluppare strategie che consentano di abbassare i costi di connessione e rendere al più presto internet un bene di tutti.

Che poi è uno dei Global Goals per lo sviluppo sostenibile stabiliti dalle Nazioni Unite, il cui obiettivo è l’accesso indiscriminato di tutta la popolazione mondiale entro il 2020. Di questo passo, dichiarano però i ricercatori, non sarà possibile prima del 2043. 

La ricerca, commissionata dalla World Wide Web Foundation fondata da Tim Berners-Lee, uno degli ideatori, appunto, del web, punta non solo a individuare le regioni più in difficoltà, bensì anche a mettere in luce quali sarebbero le policy chiave per innescare un cambiamento. Questo il quadro della situazione e le idee per una possibile svolta. 

Dove internet costa troppo
Il report ha studiato in particolare le condizioni di 61 paesi a reddito medio-basso, quelli più sensibili al problema. Di questi, solo il 24% ha una rete che può essere considerata accessibile per la popolazione, cioè con un impatto sullo stipendio medio per un singolo giga pari o al di sotto della soglia del 2%. Il continente che mostra la situazione più problematica è l’Africa, in particolare nella regione sub-sahariana, dove tra i paesi sondati il costo di accesso alla rete nell’ultimo anno si attesta attorno al 9% del salario mensile e almeno una persona su quattro è costretta a rimanere offline.

Nel continente africano, il paese dove internet risulta più caro è lo Zimbabwe, dove per un piano mobile con meno di 40 minuti di rete al giorno si arriva a pagare un terzo dello stipendio medio. Altri paesi dove la situazione è particolarmente critica sono il Sudan, il Malawi, la Liberia, il Sierra Leone, la Repubblica Democratica del Congo e l’Etiopia. In altri stati, dove gli sforzi per migliorare la situazione hanno dato invece avuto un buon riscontro, il risultato è stato vanificato da una tassazione spropositata sull’uso di alcuni servizi di rete, come per esempio istant messaging e social media, considerati alla stregua di “beni di lusso”. Iniziativa, questa, che rischia di rimettere fuori gioco paesi come Benin, Zambia, Tanzania e Uganda.

In questa mappa, ecco la situazione nei paesi analizzati sul panorama globale. Il parametro cui si fa riferimento è il cosiddetto Affordability Drivers Index (Adi), un dato che contiene le informazioni sulla misura in cui la politica di un paese, la regolamentazione e l’offerta sono posizionate per ridurre i costi nel modellare una banda larga più accessibile. Non rappresenta, cioè, il prezzo effettivo dei servizi, bensì una valutazione del livello delle infrastrutture assieme ai tassi di adozione della banda larga, strettamente legati al quadro politico in atto per l’accesso equo. Punteggi Adi elevati, rappresentati in blu scuro, sono ovviamente correlati a costi di accesso ridotti, sia per industrie e provider che per i consumatori (viceversa nei paesi in tinte via via più chiare). 

Perché costa troppo
Il costo delle infrastrutture, e di conseguenza la pressione sul singolo utente, è strettamente legato alla geografia del territorio e alle dimensioni del paese, in termini non solo di estensione ma soprattutto di popolazione. Nei paesi con un’elevata densità di popolazione, sia estesi che non, “incastonati” nell’entroterra tra altri paesi (Etiopia, Uganda, Burundi, Malawi), oppure nelle zone costiere o nelle isole di grandi dimensioni e con un’alta densità di popolazione (Nigeria, Thailandia), la situazione è meno grave. 

Nelle piccole e scarsamente popolate realtà dell’entroterra (Buthan, Lesotho, Swaziland), ma soprattutto negli arcipelaghi e nelle piccole isole, sia densamente popolati (Maldive, Filippine) che non (Fiji, Samoa), l’accesso diventa drasticamente più costoso. In particolare nell’ultimo caso, poiché la spesa per il collegamento e la manutenzione dei cavi sottomarini grava molto sul bilancio del singolo paese. Nelle Filippine, per esempio, le ultime analisi hanno calcolato che il costo per fornire a un utente un abbonamento annuale per la banda larga mobile è quasi cinque volte quello per offrire lo stesso servizio in una nazione costiera come la Nigeria.

Il bisogno di nuove policy
Proprio perché il costo delle infrastrutture è correlato a determinanti imprescindibili come la densità di popolazione e la geografia del territorio, sono più che mai necessarie politiche d’intervento mirate sulle esigenze del singolo paese. Nelle regioni insulari del Pacifico, per esempio, la World Bank ha offerto prestiti senza interessi per lo sviluppo della rete di cavi sottomarini. Nei paesi meridionali del continente africano, dove molti paesi sono piccoli e privi di sbocco sul mare, sono in corso iniziative per provare a ridurre il costo del traffico internazionale, al fine di impedire lo sfruttamento da parte dei paesi limitrofi più grandi, che di fatto controllano le strutture essenziali di transito dei collegamenti nell’entroterra.

Un’altra possibilità è trovare il modo di migliorare l’accesso del consumatore alla tecnologia, intervenendo per esempio con incentivi per l’acquisto degli smartphone e incoraggiandone l’uso, in modo da far crescere la domanda e stimolare lo sviluppo di servizi in maniera collaterale. Ma sono solo alcuni dei tanti interventi possibili. 

“I decisori politici devono concentrarsi sulla messa in atto di quadri politici che sostengano lo sviluppo intelligente e coordinato delle infrastrutture necessarie a garantire una connettività di alta qualità e allo stesso tempo accessibile a tutte le persone, indipendentemente dal fatto di trovarsi in città, in un villaggio rurale o su un’isola sperduta”, commenta in riferimento ai dati Omobola Johnson, presidente onorario della A4Ai. “Ogni momento in cui miliardi di persone rimangono offline e non sono in grado di partecipare allo sviluppo digitale è un’opportunità persa per la crescita economica, sociale e politica”, aggiunge Sonia Jorge, direttore esecutivo del gruppo di lavoro

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