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Regeni, Firenze e l'Italia che dice “se la sono andata a cercare”

Regeni, Firenze e l’Italia che dice “se la sono andata a cercare”

Come siamo diventati il Paese del “se la sono andati a cercare”? In modi e forme evidentemente diverse, c’è un orripilante leit motiv che zavorra la cronaca ogni qualvolta accada un fatto drammatico che mette alla prova in alternativa o insieme il moralismo e la pavidità degli italiani.

È accaduto, all’interno di scenari e latitudini distantissime fra loro, al povero Enzo Baldoni, il reporter ammazzato nel 2004 in Iraq, come alle cooperanti Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria nel 2014 e liberate nel gennaio dell’anno dopo, fino al corpo martoriato di Giulio Regeni, buttato come un copertone bruciato sull’autostrada Cairo-Alessandria. Passando per le due giovani statunitensi vittime dello stupro di Firenze in cui sono coinvolti due carabinieri in servizio, colpevoli per il mefitico rimbrotto comune di aver trascorso una serata con le amiche, aver bevuto un drink e voler rincasare a tarda notte. Tutti loro e molti altri – da Giuliana Sgrena a Tiziana Cantone – lontani per storie e retroterra, e per fortuna anche per l’esito delle proprie disavventure, ma accomunati dallo stigma italico del “potevi startene a casa”.

Del giornalista James Foley, decapitato dall’Isis il 19 agosto 2014 a Raqqa in un moto mondiale di terrore, l’analista americano Edward Luttwak ebbe a dire (ma dai?) che se l’era cercata: “È come la vostra Sgrena – dichiarò in un’intervista al Giornale – si autodefiniscono reporter di guerra e poi si cacciano nei guai”. A Baldoni, invece, Libero riservò titoli come “Vacanze intelligenti” o “Il pacifista col kalashnikov”. Delle ultime vicende fiorentine, invece, ci è toccato sentire e leggere roba da stomaci impazziti, dalla bufala della polizza antistupro al fatto che le due studentesse fossero drogate fino al sindaco di Firenze che si preoccupava di salvare la faccia della città e rimbrottare i ragazzi perché “Firenze non è la Disneyland dello sballo”. Non bastasse, ieri sera a Porta a porta si è assistito a una lunga catena di pelosissimi distinguo in cui si è ribadito che “l’Arma è la prima vittima”. L’Arma, semmai, è la terza, come ha fatto notare qualcuno, evidenziando la totale rimozione delle prime due, di vittime, e il balletto di scambi sotto al d’altronde emblematico titolo “Fango sulla divisa”.

Non bastasse, e questo fornisce una controprova dall’altra parte del fronte, secondo le dichiarazioni rilasciate da uno dei due militari coinvolti, la giovane con cui ha ammesso di aver avuto un rapporto “non mi sembrava ubriaca, non barcollava, non puzzava di alcol, connetteva bene i discorsi, e non credevo che fosse così giovane: aveva un’aria più matura, vicino alla trentina di anni, mi sembrava più grande di età, più matura”. Sembrava avesse trent’anni: perché sì, a trent’anni allora insistere e stuprare poteva pure starci. Specie se se l’era cercata.

Continuando nella rassegna dell’indecenza, ci tocca fra i tanti registrare un Emilio Fede che ha dato voce a molti e di Tiziana Cantone, la 31enne del napoletano suicidatasi esattamente un anno fa a causa della diffusione online di alcune clip erotiche, disse a Radio Cusano Campus che “doveva stare più attenta. Queste ragazze sono assieme vittime e carnefici tante volte. E logico che c’è chi se la va a cercare”. Non contento, fornì una straordinaria percentuale, direttamente dal suo ufficio statistico: “L’80% delle volte alcune se la cercano”. Su Regeni, il ricercatore italiano rapito fra gennaio e febbraio 2016 la cui vicenda non è mai scesa d’intensità e attenzione, l’ultima schifezza arriva niente meno che da un prete, un comboniano per giunta impegnato in Sud Sudan, Piero Ferrari: il giovane ovviamente se l’è cercata, ha detto dal pulpito di San Bartolomeo a Mare, in Liguria, e i media “sbagliano a parlare di lui, uno solo, che è andato a fare il furbo e sapeva benissimo dove si stava andando a infilare, mentre ogni giorno muoiono migliaia di poveri”. Le indagini sulla sua morte e le richieste di milioni di italiani sono “un tormentone di cui non se ne può più”.

Se la cercano, se la cercano, se la cercano. Il ritornello è micidiale, risorge dalle sue ceneri avvelenando anche chi vorrebbe capire, attendere le indagini, approfondire. Chi non ne può più della tiritera generale da bar sport. Come se immortalare un gesto sessuale in video non fosse una scelta di libertà. Come se non lo fosse uscire liberamente in una città italiana, di notte, e affidarsi a una divisa che offre aiuto tradendo la fiducia di tutti. Come se non lo fosse indagare, fare giornalismo d’inchiesta anche per quelli che scaldano le poltrone, prendere e partire, aiutare. In una parola, uscire dalla propria comfort zone oppure volersene costruire una a propria misura.

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