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Romania, fondi UE: i soldi non coprono le disuguaglianze

A meno di una settimana dal voto per il nuovo Europarlamento, la Romania sfila in piazza a favore del ‘progetto europeo’ in una festa di colori e di speranze. Da ormai due anni, i cittadini rumeni manifestano e contestano i tentativi del Governo di approvare leggi anti-corruzione per beneficiare alcuni politici di Bucarest. Nello Stato membro penultimo per reddito pro capite, l’UE rappresenta un garante istituzionale e una salvezza economica – anche se i fondi strutturali europei faticano ad essere implementati per una diffusa incapacità di programmazione politica.

Gli organizzatori dell’evento pro-Europa fanno parte di Declic, una comunità di circa mezzo milione di rumeni che «sostengono una società più giusta». Declic è da tempo fautore di un’opposizione assidua ai tentativi governativi di minare l’indipendenza del potere giuridico, che consisterebbero nell’eliminare il divieto di amnistia e di grazia per reati di corruzione e quello di adozione di ordinanze d’urgenza da parte del Governo in tema di giustizia – estendendo il diritto ad appellarsi contro le ordinanze direttamente alla Corte Costituzionale.

Dal gennaio 2017, Viorica Dancila riveste il ruolo di Primo Ministro con il sostegno del suo partito, il Partito Social Democratico (PSD), con quello di Alleanza dei Liberali e dei Democratici (ALDE) e di Unione Democratica Magiara di Romania (UDMR). Un Governo che ha fallito nel suo referendum costituzionale del 2018 per rendere illegali i matrimoni omosessuali e che, pur mantenendo positivi i tassi di crescita economica, non ha saputo alleviare le disuguaglianze nei confronti dell’Eurogruppo e la penuria economica interna.

Inoltre, Viorica Dancila detiene la Presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, che scade il 30 giugno. Una Presidenza che ha come priorità quella di lavorare per un’Europa di convergenza, di valori comuni, più sicura e più forte come attore globale. Il primo pilastro è una «Europa della convergenza», per la quale la Presidenza rumena opera «al fine di raggiungere opportunità di sviluppo sostenibili ed eque per tutti i cittadini e gli Stati membri, aumentando la competitività e riducendo le lacune nello sviluppo, promuovendo la connettività e digitalizzazione, stimolando l’imprenditorialità e consolidando la politica industriale europea».

A livello popolare, invece, la partecipazione nel dibattito europeo non è ancora fiorita del tutto nella cultura rumena: Bucarest vota per 32 seggi europarlamentari su 751 – rappresentando il settimo Stato membro per numero di seggi. Nonostante questa possibilità di incidere nella politica comunitaria, nel 2014 l’affluenza elettorale per le europee era stata del 32,44% – quasi 6 milioni di votanti su 18 milioni di cittadini con diritto di voto. Alcune fonti dicono che il dato di affluenza per il 26 maggio potrà migliorare, data la concomitanza con il voto sul referendum in tema di giustizia, per il quale tanto si è manifestato nelle piazze rumene – anche se per i dati esatti bisognerà aspettare.

I sondaggi ufficiali danno primo il PSD di Viorica Dancila al 26,7% – in calo di 11 punti percentuali dal 2014 – a pari merito con i popolari del Partito Nazionale Liberale (PNL) al 26,6%. Secondo il Direttore del settimanale rumeno ‘Dilema Veche’, Mircea Vasilescu, il PSD ha sposato da tempo «una retorica nazionalista e populista simile a quella di Viktor Orbán e di Matteo Salvini», mentre il PNL sarebbe «incapace di discutere pubblicamente delle problematiche europee». Insomma, le campagne elettorali dei principali partiti si basano su questioni interne e di interesse nazionale.

Alleanza 2020, nel gruppo europeo ALDE + En Marche, è proiettato al 15,5%. A detta di Vasilescu la coalizione USR-PLUS sarebbe «l’unica forza politica interessata ai temi europei e, in particolare, a una problematica che in Romania è molto discussa fin dal 2007 (anno di adesione all’Unione Europea): i finanziamenti comunitari». Infine, il partito di Governo, Alleanza dei Liberali e dei Democratici, si attesterebbe quarto al 9% delle preferenze. Il voto europeo potrebbe essere un voto duro contro il Governo nazionale. L’Unione Europea viene festeggiata, ma non è ancora stata celebrata nelle occasioni più importanti: il voto e il ricorso responsabile ai fondi strutturali europei.

Il Direttore di ‘Dilema Veche’ pensa che i Governi che si sono susseguiti a Bucarest negli ultimi 12 anni abbiano «assorbito solo una piccola parte dei finanziamenti disponibili, perché incapaci di presentare grandi progetti. I risultati migliori, in questo senso, sono stati quelli del Governo tecnico guidato da Dacian Cioloș che nel 2016 ha incassato 7 miliardi di euro».

La Romania rientra tra gli Stati membri che possono accedere al Fondo di coesione (FC) dell’Unione Europea. Un fondo che «assiste gli Stati membri con un reddito nazionale lordo (RNL) pro capite inferiore al 90% della media dell’Unione Europea». Gli obiettivi del Fondo di coesione sono «la riduzione delle disparità economiche e sociali e la promozione dello sviluppo sostenibile» tramite lo stanziamento di 63,4 miliardi di euro da destinarsi a reti transeuropee di trasporto e alla tutela dell’ambiente.

Oltre a quello di coesione, la Romania ha accesso anche agli altri quattro Fondi strutturali e d’investimento: Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per sviluppo regionale e urbano, Fondo sociale europeo (FES) per inclusione sociale e buon governo, Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) e Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).

Nel periodo 2007-2013 il budget destinato a Bucarest nell’ambito dei Fondi strutturali europei era di circa 32 miliardi di euro: 19,2 miliardi per lo sviluppo regionale e delle infrastrutture e 12 miliardi per lo sviluppo dell’agricoltura. Il valore delle dichiarazioni di spesa trasmesse all’UE è stata di 8,58 miliardi di euro (per quanto riguarda lo sviluppo regionale e le infrastrutture), con un livello di assorbimento del 44,68%.

La Romania è la quarta nella classifica dei maggiori beneficiari dei Fondi europei – prima di lei Polonia, Italia e Spagna. Nella nuova programmazione per il periodo 2014-2020, le risorse a disposizione della Romania ammontano a circa 43 miliardi di euro – in aumento del 18% rispetto al periodo precedente. Per la politica di coesione saranno dedicati 22,9 miliardi, per la politica agricola 19,7 miliardi, per il Fondo europeo per la pesca 0,17 miliardi, e per il Fondo sociale europeo 0,44 miliardi.

Nonostante miliardi di euro e spese effettive, uno studio di World Inequality Database (WID) restituisce un’immagine a livello europeo preoccupante. Il WID ha raccolto dati economici dal 1980 al 2017 e dimostra nel suo studio che, rispetto ai livelli iniziali, in Europa sono ancora presenti differenze sostanziali tra le varie regioni. I Paesi nordici vantano un reddito del 50% più alto rispetto la media europea – dato in crescita rispetto gli anni Novanta quando era del 25%. I Paesi occidentali hanno un reddito più alto del 25 % rispetto la media, mentre quello dei Paesi meridionali è più basso del 10%. I Paesi orientali, invece, sono in crescita, ma rimangono 35 punti percentuali sotto la media europea di reddito.

A sud la crisi economico-finanziaria del 2008 si è fatta alquanto sentire, a nord si assiste ad un’accelerazione brusca, mentre ad est la situazione è ambigua: la crescita economica annuale media è stata del 2,9%, nel periodo 2000-2017. La Romania mantiene tassi di crescita positivi dal 2011: secondo la Banca Mondiale, nel 2017 la crescita è stata del + 7,26%. Dati che sembrerebbero dare ragione a quanto fatto sia dai Governi rumeni che dalle istituzioni europee, ma nello studio del WID si trova subito il rimedio al pericolo di estremo ottimismo.

Il World Inequality Database avverte che il blocco orientale ha colmato, a malapena, il divario iniziale nei confronti della media europea – ovvero quello a partire dalla caduta del muro di Berlino nel 1989. Nello studio si attesta che questa convergenza delle due aree sia dovuta in gran parte alla difficoltà economica del blocco europeo ‘originario’ – in particolare per via dei guai economici dei Paesi meridionali.

Insomma, i fondi strutturali europei sorreggono le politiche di coesione e sociali nel territorio, ma non possono nulla di fronte l’inefficienza degli Esecutivi. I soldi dell’Unione Europea sono a disposizione, ma non sono al servizio di chi non ha capacità nel farli fruttare. La politica di Bucarest ha una grande possibilità, ma sembra perdersi in un dibattito chiuso ai propri confini – un dibattito specchiato ed introverso nazionalmente. I Paesi ex comunisti, in ogni caso, non sono una zavorra ingombrante: le istituzioni dovranno saperli valorizzare maggiormente negli anni a seguire e trovare equilibri concilianti – almeno sul piano economico se su quello migratorio proprio non si può.

La prossima Commissione Europea – insieme alla Banca Centrale Europea (BCE) – avrà due grandi compiti macroeconomici: alimentare il motore dell’Eurozona, da tempo basso di giri, e non lasciare indietro l’economia dell’Europa orientale.

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