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Salvini, il consenso e il tetto di cristallo del 30 per cento

Istituzioni ed economia

Pubblicato: 21 Maggio 2019

Scritto da Marco Zecchinelli
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In un Paese con decine di milioni di elettori, come l’Italia, esiste una soglia magica del consenso elettorale: magica perché, come in certe favole, per le forze politiche che riescono a superarla si aprono scenari meravigliosi di forza, stabilità e potenza. Ma, sempre come nelle favole, esistono anche dei rischi nel sorpassare quel limite: se non si è preparati alla trasformazione invece di principi si rischia di diventare ranocchi (oppure, nei casi peggiori, ci si ritrova nel corpo di una blatta, come Gregor Samsa).

Quella soglia, almeno in Italia, è intorno al 30 per cento. Spiegherò tra poco perché è proprio quello (e non potrebbe essere un altro) il livello oltre il quale il gioco del consenso cambia le regole con cui deve giocare un partito. Per ora vorrei solo ricordare che da quando esiste l’alternanza di forze al governo (cioè dalla caduta del muro di Berlino) questa regola è stata praticamente sempre rispettata: è successo a Berlusconi (dopo 20 anni, intervallati), è successo a Renzi (dopo 4), è successo al Movimento Cinque Stelle (in 12 mesi). E per effetto dell’accelerazione sempre maggiore che questo fenomeno ha assunto, anche la Lega sta subendo una torsione. La Lega anzi rischia di diventare il primo caso di questa lunga serie in cui la soglia del 30 per cento produce effetti prima ancora di essere stata certificata in una competizione elettorale nazionali.

Ci sono alcune spiegazioni perfettamente razionali, che forse permettono di individuare delle costanti e degli avvertimenti, per chi voglia cimentarsi nella conquista di una maggioranza relativa tra gli elettori. Proviamo intanto ad analizzare quando e perché sono avvenuti i passaggi finora. La Democrazia Cristiana, che ebbe il ruolo di partito egemone durante la guerra fredda, fu quasi stabilmente intorno al 40 per cento dei consensi fino alla caduta del Muro, ma perse velocemente quel ruolo non appena cambiarono le condizioni che avevano tenuto bloccati comunisti e post-fascisti all’opposizione.
Gran parte di quel consenso fu acquisito immediatamente da Silvio Berlusconi, cui va riconosciuto un ruolo storico (non sempre negativo, retrospettivamente) nella definizione di un nuovo assetto politico, più adatto ai tempi nuovi nati dal crollo del ceto politico travolto da Tangentopoli.

Berlusconi è un caso particolarmente interessante, perché per ben due volte è riuscito a raggiungere quella soglia, alle europee del 1994 con Forza Italia e alle elezioni politiche del 2008 con il Popolo della Libertà (con conferma alle europee dell’anno successivo). Ed entrambe le volte è entrato più o meno rapidamente in crisi, dimostrando di essere in grado di rimonte e trionfi sorprendenti ma di non saper conservare quel consenso nemmeno con l’aiuto di un apparato propagandistico televisivo unico nel suo genere nel mondo occidentale.

Nel 2014 è la volta di Matteo Renzi, che alle elezioni Europee riesce a sfondare addirittura il 41 per cento; ma, di nuovo, quel successo si trasforma in una maledizione, che lo porta in pochi anni a perdere quasi tutte le successive competizioni elettorali, inclusa quella del referendum costituzionale.

Tocca al Movimento Cinque Stelle, guidato da Luigi Di Maio, raccogliere il testimone di primo partito alle politiche dello scorso anno, quando ottiene oltre il 32 per cento dei voti validi (anche grazie a un uso sempre più spregiudicato del web come arma di propaganda politica, ben oltre quanto tentato da Silvio Berlusconi tramite le reti televisive): a meno di un anno dalla formazione del governo, sembra evidente che quel risultato sia irripetibile per il futuro prossimo da parte del Movimento.

E veniamo alla Lega di Matteo Salvini, bravissima a sfruttare meglio di chiunque altro le opportunità di ogni genere per veicolare il proprio messaggio: una capacità oggettiva, che la porta dal 17 per cento delle politiche a quasi il 37 per cento secondo molti sondaggi e ben oltre il 30 per cento in diverse elezioni locali. La Lega è inoltre il primo dei partiti fin qui analizzati che è passato da un elettorato geograficamente molto definito a uno nazionale senza perdere (finora) troppo consenso nei luoghi in cui ha sempre avuto il proprio zoccolo duro. Questo “miracolo” è stato reso possibile anche grazie a un sapiente mix di comunicazioni sui social, cui è affidato il coinvolgimento e la propaganda sia dei militanti che dell’opinione pubblica in genere. Se ne occupa uno staff capitanato da Luca Morisi, esperto di comunicazione politica digitale, che può contare su uno strumento di analisi noto come “la Bestia”, in grado di percepire quali siano le parole chiave e gli argomenti più sfruttabili per le comunicazioni successive, in una spirale che finora si è alimentata perfettamente.
Ma da qualche tempo la Lega sembra essere in difficoltà, senza un motivo apparente.

Le opposizioni continuano a essere prive di una credibile strategia alternativa a chi siede al governo, che (caso abbastanza unico nella storia politica italiana) continua a godere di consensi stabili dopo un anno in cui nulla di particolarmente positivo ha colpito l’opinione pubblica, e nonostante invece siano stati numerosi gli errori, le retromarce e le frizioni tra le forze di maggioranza.  I giornali continuano a “informare” i propri lettori secondo gli stessi schemi “pro/contro” da 12 mesi a questa parte, e quindi non possono essere una spiegazione efficace del momento di difficoltà della Lega.

L’economia non va bene, e le finanze pubbliche sembrano in difficoltà, ma anche qui non c’è nulla di particolarmente sorprendente: la Lega si è dedicata a temi più semplici, a costo zero e spendibili mediaticamente (come la gestione dell’immigrazione), lasciando le difficoltà di gestione al proprio alleato.
Qual è allora il motivo per cui anche il Capitano, che sembrava inarrestabile, da qualche tempo annaspa e fa continui dietrofront comunicativi, alla ricerca di un tema che possa riportarlo in alto? Il motivo è che ha raggiunto e sorpassato la soglia del 30 per cento, come i suoi predecessori, senza rendersi conto del significato di quel livello di consenso (nemmeno i suoi predecessori, d’altronde).

Pensateci bene: quando un elettore su tre concorda con le posizioni di un partito politico, in un sistema politico sostanzialmente tripolare, vuol dire che le persone all’interno di quell’elettorato sono estremamente trasversali. Nessuna constituency elettorale, in un paese moderno, è in grado da sola di rappresentare oltre un terzo degli elettori a livello nazionale: non ci riescono i pensionati, non ci riescono i sindacati, non ci riescono gli impiegati pubblici, non ci riescono gli impiegati privati e non ci riescono nemmeno le regioni del Nord (se si esclude, come credo si debba fare, l’Emilia Romagna dal conteggio). Nemmeno prendendo in blocco uno di questi gruppi di elettori (ipotizzando per assurdo che tutti i loro appartenenti votino compatti) un partito è in grado di andare molto oltre la soglia del 30 per cento, o giù di lì.

E cosa comporta questo, a pensarci bene? Che un partito che voglia diventare forza di governo e possibilmente maggioranza relativa tra gli elettori deve ovviamente contemperare interessi e richieste confliggenti tra loro. Fino al 30 per cento è ancora un compito possibile, per una forza o per l’altra: andare oltre comporta però il rischio di allontanare almeno un elettore tra quelli già acquisiti per ogni nuovo elettore di cui si conquista il voto. Di più: l’acquisto di nuovi voti generalmente avviene tra elettori man mano più lontani dal nucleo originale delle proposte di un partito (altrimenti, si può presumere, quei voti sarebbero già da tempo nel recinto dei convinti). E questo vuol dire che per crescere oltre il 30 per cento un partito deve andare a intercettare temi sempre più distanti da quelli che hanno decretato la crescita fino al 30 per cento: distanti ideologicamente o per importanza percepita, poco cambia.

Questa semplice constatazione spiega, unita alla progressiva liquefazione del voto di appartenenza, la rapidità sempre maggiore con cui gli equilibri si sono spostati dal 1992 a oggi. Perché fino all’epoca in cui era Forlani a raccogliere consensi la campagna elettorale si giocava sui giornali e nelle sezioni di partito, capillarmente diffuse su tutto il territorio nazionale: un metodo lento, ragionato, dialogante, che garantiva tuttavia una forte continuità.

Ma già con Berlusconi la creazione del consenso pensa di poter fare a meno del “partito pesante”, limitandosi alla propaganda televisiva e radiofonica in modalità broadcast (uno a molti): ma se oggi nessuno è così ingenuo da usare gli strumenti pensando che siano neutri, è stato politicamente esiziale (fin qui per tutti) non rendersi conto di cosa comporta un cambio di mezzo di comunicazione in termini di rapporto tra velocità e stabilità del consenso

Dai giornali alla comunicazione broadcast, alle reti sociali del web, c’è un rapporto inversamente proporzionale tra le due grandezze: quanto più è veloce penetrare le difese di un elettore, tanto più volatile è il consenso che verrà conquistato. Prima di tutto, perché la componente ideologica del messaggio è di solito ridottissima (dovendosi rivolgere al numero più ampio possibile di potenziali elettori da conquistare oltre il 30 per cento) e quindi il sostegno può dipendere da una coincidenza di visione troppo ristretta per durare nel tempo. E poi perché le scorciatoie, in politica, di solito si pagano a breve scadenza (a volte prima ancora di averne incassato i frutti, che è proprio il caso della Lega): lo dimostra l’incapacità, per chi ha raggiunto il governo tramite manovre d’aula invece che attraverso elezioni, di mantenere la maggioranza al successivo turno elettorale. Infine, perché è proprio l’accelerazione continua con cui oggi si cerca di aumentare il consenso oltre il 30 per cento che distrugge gli apprendisti stregoni, che arrivati fin lì sembrano vedere per sé e per il proprio partito sterminate praterie di voti da raccogliere senza più difficoltà.

Ed è per questo che la Lega, toccato il massimo del 37 per cento qualche settimana fa, viaggia oggi su risultati decisamente più bassi; e Matteo Salvini sempre più spesso smentisce i propri fedelissimi (sull’Italexit) o rilancia confusamente (lo sforamento del 3%), alla ricerca di un consenso sempre più sfuggente. Addirittura, come Berlusconi “partigiano tra i partigiani” a Onna, ora il Capitano vuole incontrare la professoressa palermitana allontanata da scuola per un video composto dai suoi studenti, cercando di dimostrare la propria distanza da una misura così impopolare.

Mi si dirà: e “la Bestia”? Non ha aiutato finora la Lega nella conquista via web di un consenso sempre più alto? Cosa impedisce di pensare che sia ancora in grado di crescere? No. Non solo non può, ma ritengo che sia anche la causa per cui la Lega è oggi in difficoltà maggiori di quanto non sia stata negli ultimi 12 mesi. Tralascio ogni considerazione su quanto del consenso sia stato ottenuto tramite fake news, limitandomi a fingere di credere che sia tutto frutto di onesta propaganda politica. E posso permettermi di tralasciare questo punto, che altri ritengono decisivo, perché è il meccanismo stesso con cui la Bestia funziona a costituire il punto debole dello strumento, oltre il 30 per cento.

Cosa fa la Bestia? Secondo Vincenzo Cosenza (uno dei massimi esperti sull’argomento in un’intervista per l’AGI) “probabilmente altro non è che un semplice strumento di monitoraggio della rete. Un tool in grado di leggere commenti e conversazioni che riguardano un argomento specifico, come ce ne sono tanti in giro […] niente lascia intendere che sia qualcosa di diverso da uno strumento di analisi del sentimento della rete”. Ma quando uno strumento del genere, che (aggiungo io) sicuramente valuterà anche il contenuto delle conversazioni rispetto al posizionamento politico di chi le scrive, va a controllare cosa resta da sfruttare nel 70 per cento di elettori che non è già acquisito, si trova in confusione: proprio perché man mano è sempre più difficile trovare temi, idee, argomenti, che possano mettere d’accordo chi è fuori da chi è dentro, senza rischiare di perdere quelli già acquisiti. Così come sembra stia succedendo sul tema della professoressa palermitana, già ricordato: i social sono pieni di reazioni di disgusto e preoccupazione, e questo è ciò che la Bestia registra e che allo staff del Segretario della Lega tocca interpretare cercando di barcamenarsi tra nuovi post da scrivere e vecchi fan da tenere.

E se torniamo al discorso della velocità con cui oggi si comunica, la situazione è particolarmente allarmante per chi è costretto a un rilancio continuo pur di non sparire dai radar del consenso provvisoriamente acquisito. Se una volta Forlani, Berlusconi e Renzi avrebbero potuto (più saggiamente) cercare di consolidare il proprio 30 per cento, per usarlo come base solida da cui crescere in futuro, oggi Di Maio prima e Salvini ora sono impossibilitati a seguire una strategia del genere, anche volendo. Il loro successo elettorale è figlio di un uso spregiudicato del web, di tecniche retoriche, di temi e strumenti ai limiti della legalità (o oltre) di uno stato di diritto. E solo continuando a comunicare con una bulimia di spazi e contenuti possono sperare di non spegnere l’attenzione su di sé.

Ma abbiamo visto che esistono dei limiti oggettivi. Certo, la Lega vincerà il primo posto con largo margine a queste elezioni europee. Non è questo il problema di Salvini. Il suo problema è vincere confermando i propri consensi (attualmente straordinari) alle prossime grandi elezioni, si tratti delle politiche per scioglimento anticipato della legislatura o delle importanti regionali del prossimo autunno. Sfiderà la Storia, o cadrà come tutti i suoi predecessori? Non ci resta che osservare, confidando nel tetto di cristallo del 30 per cento.

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