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Salvini perde in Sicilia e alza la voce col M5s Conte lo sfida su Rixi

«Quando ho saputo che stava con la figlia di Verdini, ho vacillato per un attimo. Ci mancherebbe, nessun problema. Ma se prima c’ero andato qualche volta per sbaglio, sia chiaro che adesso in quel ristorante lì non ci metto più piede». La confidenza, di qualche giorno fa, è di un ministro della Lega. E il locale «incriminato» è PaStation, a poche decine di metri da Montecitorio, gestito dal figlio primogenito di Denis Verdini e teatro, raccontano le cronache, del primo incontro tra Matteo Salvini e Francesca Verdini. Uno sfogo privato, ma che dà la misura di quali brecce si stiano iniziando ad aprire in un fronte fino a ieri monolitico come quello della Lega.

Nonostante la flessione negli ultimi sondaggi, infatti, Salvini continua a far registrare un gradimento che si aggira intorno al 30%, quasi 13 punti in più rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. Eppure le ultime settimane hanno visto un continuo crescendo dei big del Carroccio che, seppure con toni assolutamente amichevoli, chiedono al vicepremier di «cambiare passo» e «uscire dall’angolo» in cui sembra averlo spinto Luigi Di Maio.

I sondaggi, si diceva, certificano un vero e proprio crollo. A seconda degli istituti, dai 4 ai 6 punti percentuali in poco più di due settimane. Ieri, a confermare le rilevazioni, il voto amministrativo in Sicilia. Su cinque Comuni al voto la Lega non ha toccato palla mentre il M5s ha portato a casa Caltanissetta e Castelvetrano, con tanto di diretta Facebook notturna di Di Maio a celebrare la «presa» del Comune commissariato per mafia da due anni. I malpensanti ci hanno voluto vedere l’ennesimo affondo contro Salvini sulla «questione morale». Negli altri tre Comuni al voto, invece, l’hanno avuta vinta liste civiche oppure Fi. E questo nonostante un pressante tour elettorale di Salvini che ha sempre fatto registrare piazze pienissime.

Un risultato che dà fiato a chi nella Lega teorizza un ritorno all’alleanza di centrodestra ed è ormai convinto che Salvini abbia «imboccato la strada di Renzi». Il timore, dice chi lo ha sentito di persona, è del governatore del Veneto Luca Zaia. E il riferimento è a quando l’allora premier pensava di avere in mano il Paese e si vide invece bocciato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sono passati neanche due anni e mezzo e Matteo Renzi è un ricordo lontano. A conferma che oggi le leadership sono veloci sia nell’affermarsi che nel tramontare.

E così la pensano molti big della Lega. I ministri Gian Marco Centinaio, Lorenzo Fontana ed Erika Stefani lo hanno detto chiaro mercoledì scorso durante una riunione a Palazzo Chigi con Salvini. La convinzione è che il percorso con il M5s sia ormai esaurito. E che sia il momento di tornare con il centrodestra. D’altra parte, per quanto esiziale, questo certifica il voto in Sicilia: da sola la Lega non basta.

Ma quello che davvero preoccupa i big del Carroccio è l’approccio di Salvini. «Alla Renzi», per dirla con le parole dello stesso ministro che non siederà più al ristorante di Verdini. «I migranti che entrano in Italia debbono avere il mio permesso», ha promesso ieri Salvini a Ciserano, nella Bergamasca.

Un affondo considerato per così dire «eccentrico» anche dai suoi fedelissimi. Non solo perché trattasi di questione evidentemente non in capo al solo ministro dell’Interno, ma anche perché solo due giorni fa lo stesso Salvini aveva scritto al premier Giuseppe Conte e al ministro degli Esteri Enzo Moavero per chiedere un «salto di qualità collegiale» nella lotta all’immigrazione. Insomma, delle due una: o la questione è in capo al Viminale oppure al governo tutto.

La sensazione, in verità, è che si siano ormai persi i consueti canoni della ragionevolezza. E che la gara tra Salvini e Di Maio sia a chi tira più la corda. Almeno fino al 26 maggio. Dopodiché, liberi tutti. Non è un caso che ieri, nelle sue conversazioni private, Conte ci abbia tenuto a far sapere che se il 30 maggio Edoardo Rixi sarà condannato, «per lui si applicherà il metodo Siri». Per quella data è infatti attesa la sentenza che vede imputato il viceministro alle Infrastrutture per l’inchiesta Spese pazze in Liguria. E il premier, ovviamente sollecitato dal M5s, è pronto a cavalcare ancora una volta la nuova «questione morale».

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