domenica , settembre 23 2018
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Sanremo: la Cna ospita i candidati alle prossime politiche, le …

La Cna ha ospitato oggi nella propria sede sanremese alcuni dei candidati locali alle prossime elezioni politiche. Presenti all’incontro Flavio Di Muro (Lega), Elisa Balestra (Forza Italia), Giorgio Mulè (Forza Italia), Massimiliano Iacobucci (Fratelli d’Italia), Cesare Borghi (Partito Democratico) e Enrica De Cecco (Italia, Europa, Insieme).

Gli associati della Cna hanno rivolto tre domande ai candidati del territorio:

1. POLITICHE FISCALI E BUROCRAZIA. Con quali soluzioni intervenire per la riduzione della pressione fiscale, garantendo al contempo maggiore equità nel prelievo tra diversi redditi da lavoro e per realizzare una reale semplificazione normativa che preveda adempimenti adeguati e proporzionati alla dimensione della micro e piccola impresa?

2. TERRITORIO, MESSA IN SICUREZZA E RIQUALIFICAZIONE. Come tradurre i bisogni in azioni, cantieri e lavoro utili allo sviluppo economico e sociale, alla tutela dell’ambiente, alla completa messa in sicurezza del territorio e del patrimonio immobiliare pubblico e privato?

3. I MERCATI. Quali gli strumenti per favorire l’accesso delle micro e piccole imprese ai mercati internazionali, a quello delle forniture pubbliche ed al credito?

 

 

 

Ecco di seguito le risposte pervenute alla Cna.

Anna Russo (PD)

1. Premettiamo che il governo Renzi ha già realizzato delle iniziative nel senso auspicato: es. Il regime dei contribuenti forfettari ha liberato una miriade di piccole partite iva da obblighi contabili e semplificato la tassazione con una unica aliquota del 15%. ( una flat tax giustificata perché per una platea particolare e limitata) Iniziativa che tutela gli autonomi marginali ma soprattutto i giovani che iniziano una attività in proprio. Resta certo per contro un peso eccessivo della contribuzione previdenziale per questi e tutti gli altri contribuenti, che andrebbe rivista proprio per auspicate ragioni di equità. Il recupero del maggior gettito non può che passare attraverso la lotta all’evasione, ma non nel senso sempre decantato e scarsamente realizzato di colpire gli evasori quanto di prevenire gli atti di evasione con procedure adeguate. In tal senso le tecnica dello split payment e del reverse charge hanno eliminato la possibilità di evadere l’iva: qui per ragioni di equità dovrebbero trovare posto procedure semplificate e più celeri per i rimborsi Iva che inevitabilmente si accrescono sui contribuenti virtuosi. Si potrebbero fare altri esempi ma quello che preme è far capire che il sistema fiscale non è rivoltabile come un calzino con proposte demagogiche e quindi irrealizzabili ma bensì va modificato passo per passo proseguendo sulla via delle riforme già avviate. Per proseguire sul piano dell’equità e a favore delle attività produttive occorre poi spostare ulteriormente la tassazione dal lavoro alle rendite di capitale. Anche su questo la riduzione dell’aliquota ires al 24% e del 2019 l’applicazione di tale aliquota al reddito di impresa, indipendentemente dalla forma societaria, potrà essere un elemento premiante anche per le piccole e medie imprese. Ribadiamo che situazione è complessa: noi abbiamo iniziato un cammino di riforme, nel campo fiscale come in altri settori, che è sostenibile e realistico; la strada non è che questa tutto il resto sono proposte elettorali che offendono l’intelligenza degli elettori.

2. Il nostro territorio continua periodicamente, dagli anni ’50 in poi con cadenze sempre più drammaticamente frequenti soprattutto in questi ultimi lustri, a lanciare segnali di allarme per il preoccupante, se non in alcuni casi disastroso, assetto idrogeologico modificato dalla cementificazione delle nostre coste e delle colline immediatamente retrostanti. Diverse alluvioni hanno colpito a turno le quattro provincie e l’area metropolitana Genovese con risvolti drammatici e danni incalcolabili. È evidente che c’è quindi bisogno di azioni radicali che non devono solo affrontare una “urgenza” del territorio, ma essere sapientemente pianificate e programmate anche nel medio e lungo termine per ottenere un risultato permanente di sicurezza con un territorio riqualificato. Quindi è, questo si urgente, iniziare e finire in tempi ragionevoli un dibattito tra amministratori e tutte le categorie e organizzazioni coinvolte nella gestione del nostro territorio, per individuare in modo condiviso le linee guida degli interventi necessari che dovranno essere tradotti in azioni concrete e coordinate da strumenti di pianificazione territoriali (qui il ruolo delle regioni è fondamentale) In ogni caso oggi c’è bisogno di ragionare sull’esistente e su come renderlo sicuro, utilizzabile e con un rinnovamento anche estetico e non solo funzionale. Il governo deve investire nell’ambiente e nell’incentivare il recupero del patrimonio edilizio sia pubblico che privato, coinvolgendo la parte privata come co-protagonista della riqualificazione del territorio e non solo come beneficiaria di investimenti pubblici. Quindi incentivazione e collaborazione per rendere strutturali e non occasionali i provvedimenti legislativi in questo ambito. Bene quindi quanto confermato e introdotto nella legge di bilancio 2018 Come proposte immediate: – Una interessante iniziativa legislativa potrebbe essere quella di introdurre nella categoria delle opere di urbanizzazione scomputabili dagli oneri concessori le opere di messa in sicurezza del territorio collegate all’assetto idrogeologico del contesto nel quale quell’opera si realizzerà o comunque in interventi che le amministrazioni locali ritengono necessari. (gli oneri concessori si pagano non solo per le nuove costruzioni ma anche sugli interventi di ristrutturazione dell’esistente). – Altra iniziativa legislativa potrebbe essere quella di rendere obbligatoria, da parte dei comuni l’accantonamento di una quota degli oneri concessori incassati ogni anno da investire in lavori di messa in sicurezza del territorio. I piani di bacino prevedono interventi precisi e sono comunque riferimento normativo inderogabile per ogni forma di modifica della morfologia e del tessuto urbanistico dei luoghi. Da questi si deve partire. Tutelare l’ambiente e rendere il territorio sicuro, recuperare l’enorme patrimonio edilizio esistente limitando le nuove costruzioni a quelle necessarie per i servizi pubblici, sono azioni che portano automaticamente ricadute positive sotto l’aspetto economico e sociale.

3. L’ accesso al credito per piccole e medie imprese è sempre stato un problema in un paese in cui i gruppi bancari non hanno mai agevolato tale settore. A fianco delle normative attuali e agli strumenti in essere, favoriti anche dall’attività delle associazioni di categoria, sarebbe opportuno un intervento legislativo ed hoc che rimuovesse le attuali barriere anche sburocratizzando la richiesta di credito quando gli importi sono scarsamente significativi ed eliminando forme di garanzia troppo stringenti. Qui il discorso diventa squisitamente politico perché presupporrebbe un cambio di mentalità nelle logiche del potere bancario e finanziario (in America è così: chi chiede micro finanziamenti per aprire nuove attività- es 10/20000 euro – non gli si chiede garanzia e il rischio se lo assume il sistema. È una cosa che sviluppa maggiormente le attività economiche perché le banche non è che danno soldi a tutti e comunque anche se qualche attività fallisce il danno per la banca è ampiamente coperto da quelle che invece di sono sviluppate. È una questione di mentalità…)

 

Danilo Bruno (Italia, Europa, Insieme)

1. a) Credo che in Italia occorra una diversa politica fiscale, che sostenga le attività economiche e che favorisca tutte le attività volte ad una profonda riconversione ecologica delle economia e alla lotta al cambiamento climatico innestando e favorendo filiere produttive innovative. Esse devono promuovere un sistema di economia circolare volta alla riduzione e al riuso dei beni e non l’attuale sistema volto allo spreco e alla creazione di rifiuti spesso difficilmente smaltibili; b) Una politica fiscale che favorisca i redditi piu’ bassi in modo che finalmente lavoratrici e lavoratori possano avere maggiori risorse economiche; c) Un sostegno alle piccole imprese artigiane in particolare se rivolte al settore delle energie rinnovabili e ad una diversa attività ambientale oltre al recupero di antiche tradizioni artigiane, che rischiano di scomparire. Fondamentale deve rimanere in questo campo il rapporto con la ricerca scientifica innovativa.

2. L’Italia non ha bisogno di grandi ed inutili grandi opere come la gronda ma ha piuttosto bisogno di una profonda manutenzione territoriale, che aprirebbe spazio alle imprese artigiane ed anche di una politica di recupero edilizio volto a permettere alle persone di ritornare a vivere nei centri storici. Essi devono essere i punti vitali di una città con una politica, che favorisca gli insediamenti abitativi e faccia dell’arte e della cultura la base della convivenza civile, come scriveva Mazzini, e non azioni che promuovano solo la speculazione edilizia e soprattutto la politica dei “nonluoghi” dei centri commerciali. Nulla toglie che infrastrutture come il raddoppio ferroviario del ponente ligure e l’adeguamento al trasporto merci delle linee da Savona al Piemonte oltre al traforo del colle di Nava siano opere importanti e decisive.

3. Occorre una decisa azione affinché una rete di imprese italiane sia in grado di accedere ai mercati internazionali anche sulla base della qualità prodotta, che deve divenire l’unico fondamento per la scelta di consumatori e consumatrici. Questa rete, conscia della propria professionalità, deve essere adeguatamente sostenuta sia sotto il profilo del credito che sotto quello della promozione oltre alla necessità di un adeguato sistema formativo oggi ancora in profonda riorganizzazione.

 

Edoardo Rixi (Lega)

1. “Le piccole e micro imprese, che costituiscono il 96% circa del tessuto economico della Liguria, hanno assoluta necessità di politiche fiscali, che coniughino equità e sviluppo. Il primo atto per rimettere al centro l’impresa, in particolare quella artigiana, è l’abolizione degli studi di settore che da anni mortificano il nostro sistema produttivo: dovrà fare fede la dichiarazione dell’imprenditorecontribuente, senza entrare nel merito dell’andamento dell’attività economica. L’Agenzia delle Entrate potrà poi eventualmente contestare condotte a danno dell’erario, ma dimostrandole con una oggettiva e diligente verifica. Inoltre, è prioritario raggiungere una “pace fiscale“, che possa da una parte consentire allo Stato di recuperare crediti realmente riscuotibili, ma dall’altra anche consentire agli imprenditori, in particolare quelli piccoli e medi, di poter continuare a lavorare e a dare lavoro. Inoltre, per gli imprenditori e per le famiglie proponiamo l’aliquota unica, la flat tax, al 15% che farà ripartire i consumi, con conseguenze positive anche sull’economia locale, e garantirebbe equità fiscale ai contribuenti, nel rispetto delle esigenze di finanza pubblica

2. “L’edilizia è uno dei settori che maggiormente ha risentito della crisi economica dal 2011 a oggi e che ha subito una parcellizzazione, in certi casi anche di dispersione del know how. La Liguria, e in generale quello dell’intero Paese, ha assoluto bisogno di un piano di interventi che rilanci e valorizzi, dopo anni di abbandono, il territorio, anche nell’entroterra, attraverso una programmazione di azioni di messa in sicurezza, che puntino sull’innovazione degli strumenti a elevato apporto tecnologico, di segnalazione di emergenza-urgenza con sistemi di intervento immediato. Il sostegno della green economy, ma anche una maggiore autonomia di intervento delle Regioni per effettuare valutazioni adeguate in materia di tutela ambientale oltre che la possibilità di sforare i Patti di stabilità dei Comuni che abbiano capacità di investimento finanziario sul proprio territorio sono azioni che consentirebbero la tutela dell’ambiente, la messa in sicurezza del territorio e degli edifici pubblici

3. Le banche devono tornare a fare le banche e quindi a erogare credito a chi fa impresa e crea occupazione. Negli ultimi anni le piccole imprese hanno subito una forte stretta creditizia, che ha tolto ossigeno a tanti artigiani e commercianti. Come Regione Liguria, abbiamo istituito fondi di garanzia che potessero andare incontro alle esigenze dei piccoli imprenditori, ma non basta. Occorre attuare un superamento delle assurde regole bancarie, riformare i protocolli di Basilea, il sistema di vigilanza degli istituti bancari – che in questi anni ha solo agevolato e difeso le banche a totale danno di risparmiatori e piccole imprese -, una riforma completa della Banca d’Italia e la separazione tra banche commerciali e istituti d’affari

 

Giorgio Mulè (Forza Italia)

1. Con l’introduzione della Flat tax i tributi diminuiranno fino a dimezzarsi con l’aliquota al 23 per cento. È l’unica soluzione concreta per dare sollievo a famiglie e professionisti, che potranno aumentare i consumi e soprattutto alle piccole e medie imprese che oggi fanno fatica a garantire la loro stessa produzione e che a fronte di una minore tassazione potranno effettuare nuovi investimenti, creando maggiore ricchezza ed occupazione. Allo stesso tempo, la nostra proposta prevede una no tax area per i redditi più bassi, a garanzia della progressività dell’imposta sancita dalla nostra Costituzione. Un capitolo importante è dedicato al principio della pacificazione fiscale per tutti i contribuenti che si trovano in difficoltà economiche, anche attraverso una radicale riforma del sistema sanzionatorio tributario. In ultima analisi, con la Flat tax si realizza l’equazione liberale dello sviluppo. Meno tasse vuol dire: incrementare i consumi; diminuire il deficit; favorire gli investimenti pubblici e privati; aumentare la crescita, i posti di lavoro e il benessere per tutti. In modo più specifico si ritiene utile e necessario rendere maggiormente fruibile il “nuovo regime forfettario agevolato “ (ex art. 1, della legge n. 190/2014), innalzando del 50% la soglia dei ricavi e dei compensi – che costituisce un requisito per l’accesso al regime – in modo da favorire l’ingresso in tale regime agevolato ad un maggior numero di piccole imprese commerciali, artigianali e di servizi. Una ulteriore forma di incentivazione, che si ritiene possa essere una leva interessante per lo sviluppo degli investimenti, è il c.d. “iper-ammortamento”(pari al 250% dell’investimento), ad oggi riservato di fatto ad investimenti tecnologici effettuati da imprese industriali, ma che, se esteso anche ad investimenti tecnologici più vicini alle realtà imprenditoriali ed artigianali di minori dimensioni, certamente consentirà a tali soggetti di beneficiare concretamente di tale forma di sostegno, con conseguente creazione di ulteriore sviluppo. Siamo convinti che gli stimoli di natura fiscale, benché fondamentali, da soli non siano sufficienti a liberare le risorse imprenditoriali verso un nuovo progresso. L’impresa ha bisogno di semplificazione e di minore burocrazia, ha la necessità di poter operare in un contesto economico lineare, nel quale gli operatori, soprattutto pubblici, non fungano da freno ma che al contrario siano di supporto, anche nei processi di internazionalizzazione, già di per sé non facilmente praticabili. A tal proposito, gli adempimenti introdotti dal Governo negli ultimi anni, soprattutto nel corso del 2017, hanno notevolmente appesantito il lavoro delle aziende italiane e dei loro professionisti, motivando tali nuovi obblighi come strumento di lotta all’evasione, ma i cui risultati sono stati di dubbia credibilità. Si tratta in particolare dell’obbligo di comunicazione dei dati delle fatture emesse e ricevute e delle liquidazioni iva. Posto che qualsiasi strumento di lotta all’evasione che dia risultati concreti e misurabili in termini di maggiore gettito erariale, deve essere mantenuto e semmai implementato, esprimiamo seri dubbi sui risultati che tale strumento ha portato e pertanto, considerata altresì l’enormità dello sforzo che l’applicazione di tale strumento ha comportato soprattutto in fase di prima applicazione, ne proponiamo una rivisitazione completa, non escludendone l’eliminazione. Un ulteriore adempimento che ha creato e crea forte preoccupazione tra gli operatori economici è l’introduzione della fatturazione elettronica, anche tra privati, a decorrere dal 2019. Si ritiene che il sistema economico sia privato che pubblico, nella sua globalità, non sia pronto a tale passaggio epocale. Crediamo che la trasformazione di tale onere da un obbligo ad una facoltà e comunque una sua introduzione progressiva – nell’arco temporale di tre anni, rivolta dapprima alle grandi imprese e successivamente alle medie, piccole e micro imprese – possa consentire ai soggetti interessati di prepararsi con cognizione e di valutare tale disposizione come un’opportunità.

2. È assolutamente necessario intervenire in modo decisivo sul fronte dell’edilizia dopo i disastri causati da normative ottuse che hanno ulteriormente bloccato il settore edile, già gravemente compromesso dalla crisi economica. L’introduzione dell’Imu da parte del Governo Monti e, da ultimo, il nuovo Codice degli Appalti, hanno ottenuto l’unico risultato di lasciare per strada oltre mezzo milione di persone. Bisogna cambiare le regole e invertire la tendenza: per aprire un cantiere o un’attività commerciale, non sarà più necessario aspettare anni per la concessione di permessi e licenze, ma semplicemente rispettare le leggi vigenti. Sul fronte del patrimonio immobiliare pubblico, il programma di Forza Italia riserva un’attenzione prioritaria all’edilizia scolastica, con un vero e proprio piano per la costruzione e la ristrutturazione delle scuole. Lo stesso vale per la messa in sicurezza del territorio e la tutela ambientale. Mi riferisco a un piano straordinario per le zone terremotate e uno di riqualificazione delle periferie, nonché al restauro delle coste e dei siti di interesse monumentale, al sostegno alle energie rinnovabili e al programma di efficientamento della rete energetica. Per quanto riguarda infine il rilancio del settore immobiliare e dell’edilizia privata occorre introdurre un sistema di incentivazione fiscale volto a stimolare i privati a cedere in locazione gli immobili abitativi e commerciali sfitti e a calmierare i canoni di locazione, tutelando d’altro canto i medesimi proprietari dall’occupazione abusiva e garantendo loro un rapido rientro in possesso degli immobili dopo la cessazione della locazione o dell’occupazione senza titolo. Crediamo che l’estensione del regime della “cedolare secca” anche alle imprese e agli immobili commerciali da un lato e la stabilizzazione delle detrazioni Irpef sulle opere di ristrutturazione edilizia e di risparmio energetico dall’altro, rappresentino incentivi concreti ed efficienti che possono creare un volano di crescita del settore.

3. Gli obiettivi principali del programma sono quelli di rendere competitive le aziende italiane sui mercati internazionali e far ripartire la crescita, che vogliamo portare almeno al 3% annuo. A questo scopo è centrale la riforma fiscale basata sulla flat tax, che comporta un’automatica riduzione del cuneo fiscale, ma anche l’abolizione dell’Irap, una imposta rapina che addossa proprio alle imprese il costo del lavoro, rendendole meno competitive sui mercati esteri. Inoltre, il cuneo fiscale sarà azzerato per i primi sei anni per chi assumerà un giovane a tempo indeterminato. E’ necessario inoltre favorire tutte le forme di aggregazione delle imprese, al fine di consentire la creazione di una dimensione sufficiente per poter affrontare le sfide dei mercati esteri. In questo senso il Mise, la Sace, la Simest, l’Ice, la Farnesina e le altre Istituzioni devono fornire congiuntamente il loro supporto alle Imprese italiane, creando i presupposti per l’accesso nei vari Paesi/mercati di destinazione. Devono inoltre essere create forme di sostegno economico per l’internazionalizzazione, di semplice fruibilità e rivolte a micro e piccole imprese, con la destinazione annuale dei fondi necessari. Al fine di rendere certe le operazioni poste in essere da soggetti operanti nel territorio nazionale con soggetti esteri, riteniamo infine che sia necessaria una revisione delle (contrastanti) norme attualmente in vigore, che definiscono e individuano i Paesi c.d. “black list” (o a regime fiscale privilegiato) , mediante l’istituzione di un unico elenco – integrabile o modificabile per consentire l’ingresso o l’uscita di nuovi Paesi – che individui con certezza i Paesi black list e la loro valenza ai fini fiscali nazionali. Un’ulteriore boccata d’ossigeno alle aziende proverrà dal pagamento immediato di tutti i debiti della Pubblica Amministrazione, anche attraverso lo strumento innovativo dei titoli di Stato di piccolo taglio, e dalla facilitazione d’accesso al credito per le piccole e medie imprese.

 

Flavio Di Muro (Lega)

1. FLAT TAX Riforma del Testo Unico delle Imposte sul Reddito per superare il sistema ad aliquote multiple, scaglioni, detrazioni, deduzioni e bonus e introdurre un’unica aliquota fiscale coerente con la necessità di portare ristoro tributario alla maggior parte dei contribuenti a partire dai ceti meno abbienti, rispettando le esigenze di finanza pubblica previste dalla Legge. L’aliquota più congeniale a tale scopo è stata individuata al 15% e si applicherà al reddito famigliare. Soltanto due saranno gli scaglioni per l’ottenimento di una deduzione fissa di 3.000 euro. Il primo scaglione è formato da tutti i redditi famigliari fino a 35.000 euro entro il quale ad ogni componente il nucleo famigliare spetta la deduzione e il secondo scaglione invece da 35.000 a 50.000 euro che prevede la deduzione fissa solo per i famigliari a carico. Sono aboliti tutti gli obblighi di mantenimento della documentazione fiscale ai fini dell’ottenimento di detrazioni, deduzioni e bonus a vario titolo. Niente più scartoffie, scontrini e ricevute da portare al commercialista. La deduzione fissa di 3.000 euro per i due scaglioni di reddito garantisce il rispetto del criterio costituzionale della progressività, che viene altresì rafforzato dal mantenimento di una No Tax Area fino a 7.000 euro e di una clausola di Salvaguardia per tutti i redditi famigliari fino a 15.000 euro i quali potranno continuare ad essere assoggettati al regime di imposta vigente nel caso il nuovo non fosse migliorativo. L’aliquota al 15% e l’intera riforma del sistema tributario è la soluzione più efficace in considerazione della tipologia dei contribuenti italiani e delle loro aliquote effettive d’imposta. Un’aliquota superiore potrebbe infatti lasciare esclusi dal beneficio fiscale molti milioni di contribuenti che oggi godono dell’aliquota minima del 23% che può scendere sino al 15,13% di aliquota effettiva in presenza di particolari detrazioni e deduzioni. Per tutte le informazioni sulla nostra proposta di Flat Tax, sulle coperture, la Costituzionalità e i vantaggi, è disponibile il sito www.tassaunica.it ABOLIZIONE DELL’INVERSIONE DELL’ONERE DELLA PROVA IN MATERIA TRIBUTARIA. Oggi il contribuente è in una condizione di forte svantaggio nei confronti dello Stato che gli contesta un’infedeltà fiscale. Tant’è che ogni contribuente che riceve una contestazione in merito a mancati pagamenti di imposta, può impugnare di fronte alla Commissione Tributaria il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate ma solo a patto che versi a titolo di cauzione almeno un terzo della cifra contestata. Successivamente se il contribuente dovesse ottenere l’annullamento del provvedimento lo Stato non rimborserà la cifra versata a titolo di cauzione ma la manterrà come anticipo per le imposte successive. Questo sistema sarà abolito. Non sarà più il contribuente a dover dimostrare a proprie spese la sua innocenza davanti allo Stato ma al contrario sarà lo Stato a SUE spese a dover eventualmente dimostrare la colpevolezza del contribuente e quindi pretendere il pagamento del dovuto. PACE FISCALE Equitalia ha accumulato crediti per 1058 miliardi di euro verso quasi 21 milioni di contribuenti. 138 miliardi di euro sono dovuti da soggetti falliti, 78 miliardi di euro da persone decedute e imprese cessate. E per altri 28 miliardi di euro “la riscossione è sospesa per forme di autotutela”. 314 miliardi sono richiesti a soggetti nullatenenti. Il risultato, se si vuole escludere totalmente i cosiddetti nullatenenti, è che restano 650 miliardi di euro che potrebbero essere riscossi a condizione che le modalità siano effettivamente percorribili. Noi proponiamo per tutti coloro che si trovano in situazioni di disagio economico di poter comunque chiudere per sempre la loro posizione con il Fisco e poter tornare così ad essere attivi nella società. Questi contribuenti potranno pagare a seconda della situazione in cui si trovano da un minimo del 6% ad un massimo del 25% del dovuto con un’aliquota intermedia del 10%. Un provvedimento che potrebbe portare nelle casse dello Stato 60 miliardi di Extragettito in 2 anni. Denaro che con le procedure attuali resterebbe irrecuperabile. Il saldo e stralcio non è un regalo agli evasori. Il provvedimento esclude i “grandi” contribuenti, ma sarà efficace solo per coloro che a causa della pesante recessione economica non hanno potuto pagare in tutto o in parte le imposte fino ad un tetto massimo di 200.000 euro comprensivo di sanzioni, interessi e more. Esempio: L’ex commerciante che negli ultimi anni di attività incassava a malapena per far sopravvivere la sua famiglia. Poi ha chiuso l’attività e gli sono arrivate tutte le cartelle. È ovvio che quando a fine anno (nonostante la dichiarazione regolare) lo Stato gli ha chiesto di pagare lui non sapeva dove prendere i soldi. Ora lavora in nero perché se avesse entrate in bianco gli verrebbero portate via dallo Stato e non saprebbe come sfamare la famiglia e quindi non solo non paga il passato ma non contribuisce neppure al presente. Ed è il primo a non essere contento di questa situazione ma non vede nessuna via d’uscita. STUDI DI SETTORE Abolizione di ogni forma di “pagella” fiscale volta a voler pre-determinare il reddito imponibile e quindi l’imposta per gli autonomi. La dichiarazione del contribuente deve essere sempre ritenuta fedele da parte dello Stato che non ha il diritto di entrare nel merito dell’andamento dell’attività economica. L’Agenzia delle Entrate potrà sempre contestare condotte in danno all’erario che debbono però essere diligentemente e oggettivamente dimostrate in sede di verifica fiscale.

2. Per troppi anni l’ambientalismo si è rivolto soltanto ad una parte limitata e schierata della popolazione, dimenticando colpevolmente che le tematiche ambientali sono universali e trasversali. C’è bisogno di un maggior coinvolgimento e conoscenza dei temi ambientali , che sappia parlare a 360 gradi a tutti i cittadini, capace anche di costruire alleanze e di portare la questione ecologica al centro della politica. Partendo da questa convinzione, il nostro compito è di sostenere la “green-economy”, sostenendo la ricerca, l’innovazione e la formazione per lo sviluppo del lavoro ecologico e per la rinascita della competitività del nostro sistema industriale. Vanno ribaditi e rinnovati i limiti indicati dal principio di sostenibilità: • per una risorsa rinnovabile (suoli, acqua, foreste,), la percentuale sostenibile di impiego non può essere maggiore di quella di rigenerazione; • per una risorsa non rinnovabile (combustibili fossili, giacimenti minerari, acque sotterranee), la percentuale sostenibile di impiego non può essere maggiore di quella con la quale è possibile rimpiazzarla con una risorsa rinnovabile (ad esempio: investire parte dei profitti per l’adozione di tecnologie produttive con risorse rinnovabili). I temi principali sono: GREEN ECONOMY Nelle strategie nazionali di sviluppo economico deve considerarsi prioritaria l’adozione di strumenti normativi efficaci atti a promuovere una sempre maggior diffusione di modelli di sviluppo sostenibili, della Green Economy e dell’Economia circolare. A tal fine le PA dovrebbero essere coinvolte a tutti i livelli nella promozione di questo cambiamento e diventare un riferimento per l’adozione di buone pratiche, migliori tecniche e standard. È necessario armonizzare i rapporti tra lo Stato e le PA, rafforzando le autonomie ed i presidi territoriali più efficienti, valorizzandone le professionalità e le risorse migliori. È necessario che siano adottate iniziative sfidanti a tutti i livelli e comunicate al cittadino in maniera efficace; in particolare si considera importante l’introduzione di una quota obbligatoria di acquisti verdi per tutte le PA (G.P.P. Green public procurement), nonché di una accurata valutazione dei costi e benefici ambientali per ogni acquisto effettuato. RISCHIO IDROGEOLOGICO I fenomeni idro-geomorfologici aggressivi (frane, valanghe, alluvioni, erosione) causano in Italia un numero di vittime e un ammontare di danni dello stesso ordine di grandezza dei terremoti, ma a differenza di questi, sono molto più regolarmente distribuiti nello spazio e tempo, pur essendo a carattere prevalentemente stagionale. La lotta al rischio idrogeomorfologico è una guerra continua. Normalmente, in tempo di guerra gli Stati danno un forte impulso allo sviluppo della scienza e della tecnologia, sia di base sia orientata. Non pare che questa condizione sia compresa, o considerata, da chi dovrebbe. L’Italia non ha una strategia di lungo termine che possa portare alla vittoria finale. L’Italia deve investire su quest’argomento collegato alla prevenzione importanti risorse. Proponiamo anche che il governo commissari tutte le amministrazioni comunali che non svolgono interventi di censimento delle zone ad alto rischio idrogeologico e che non svolgono un’azione incisiva per eliminare fisicamente opere edilizie costruite, in maniera abusiva, in queste zone. INQUINAMENTO RESIDENZIALE URBANO Gran parte degli inquinanti urbani derivano dagli impianti di riscaldamento di abitazioni ed uffici. Occorre incentivare una edilizia a impatto ambientale zero, vale a dire non inquinante, prevedendo per chi realizza edifici non inquinanti concessioni di costruire con incremento volumetrico in deroga, sgravi in termini di oneri urbanistici e agevolazioni fiscali. Le stesse misure possono essere adottate per quella edilizia che produca energia in eccesso idonea ad essere venduta agli immobili “vecchi” ed inquinanti. Gli immobili capaci di autoprodurre energia rappresentano la sfida del futuro. In questo senso deve essere orientata anche l’edilizia residenziale pubblica eventualmente in un contesto di project financing.

3. ACCESSO DELLE MICRO E PICCOLE IMPRESE AI MERCATI INTERNAZIONALI. Occorre riformare ICE rendendola più a misura delle PMI collegandola meglio con le realtà già esistenti che si occupano di internazionalizzazione di imprese (in Liguria leggasi Liguria International e le aziende speciali delle Camere di Commercio). Bisogna definire in via definitiva le competenze delle regioni e delle Camere di Commercio: ad oggi la riforma del sistema camerale è nel limbo. Bisogna garantire voucher alle imprese per aiutarle a partecipare a fiere all’estero. FORNITURE PUBBLICHE. Nonostante le promesse del Governo Renzi, ad oggi la PA deve alle imprese italiane ancora circa 35 miliardi di euro. Soldi che per migliaia di aziende fanno la differenza tra il continuare ad esistere o dover chiudere per sempre lasciando senza lavoro impiegati e operai. I vincoli europei al Bilancio dello Stato che non hanno impedito di erogare oltre 20 miliardi per salvare le Banche impediscono invece di poter pagare chi ha lavorato per conto dello Stato. Imprese che, nonostante vantino crediti nel confronti della PA, non sono dispensate da nessun obbligo fiscale e dunque, nonostante siano in attesa di incassare i loro soldi, ricorrono a prestiti per pagare tasse e imposte. Tutto questo non può andare avanti. Faremo tutto ciò che sarà possibile per chiudere definitivamente questa ferita tra lo Stato e le nostre imprese e metteremo in atto dei meccanismi di pagamento che dovranno essere rispettati senza deroghe alcune. Nel frattempo cosa facciamo? Potremo da subito pagare tutti i debiti della PA attraverso un nuovo strumento finanziario: I MINIBOT Si tratta di Titoli di Stato di piccolo taglio che, se emessi in sufficiente quantità potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote. Il vantaggio dei minibot è che la loro creazione e diffusione sarebbe totalmente controllata dallo Stato senza dover quindi rischiare di essere bloccata dall’esterno. Avrebbero inoltre un’importante funzione di rilancio dell’economia. Non si tratta di una moneta parallela perché i trattati europei impediscono la stampa di banconote diverse da quelle in Euro e avere due monete diverse con differenti tassi di cambio in circolazione contemporanea sarebbe disastroso, perché i redditi rischierebbero di essere nella moneta di minor valore mentre i debiti resterebbero in Euro. L’aspetto del minibot sarà in tutto e per tutto simile ad una banconota ma in realtà rappresenta un pezzettino di debito pubblico ed è quindi un credito per il cittadino che lo possiederà. I minibot verrebbero assegnati senza formalità e volontariamente a tutti i creditori dello Stato in qualsiasi forma. I debiti dello Stato verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennali dei cittadini (ad es. chi ha un credito di imposta decennale per ristrutturazione edilizia verrà saldato subito) i risarcimenti per i risparmiatori azzerati dai decreti sulle banche, i crediti Iva delle piccole e medie imprese e dei professionisti. Si conta di mettere in circolazione circa 70/100 miliardi di minibot, pareggiando in pratica l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. Il massimo quantitativo di minibot che possono essere assegnati subito (se lo desidererà) ad un creditore dello Stato è 25.000 euro, le cifre eccedenti tale valore verranno saldate con il vecchio sistema con tempi che cercheremo di rendere più brevi ma difficilmente saranno immediati come invece accadrà a chi sceglierà di venir saldato in minibot. La garanzia del valore del minibot è lo Stato stesso. Lo Stato accetta i minibot come pagamento delle imposte, quindi dal momento che il prelievo fiscale ogni anno è di 450 miliardi e il totale dei minibot emessi è, come abbiamo detto 70 miliardi circa, la “domanda” sarà sufficiente ad assorbire tutta l’offerta anche nel caso in cui tutti decidano di restituire i minibot con lo strumento fiscale. Con i MiniBot si potrà pagare la normale tassa sulle persone fisiche ma anche IMU, TARI, bollo auto ecc. ecc. I minibot sono titoli di Stato senza scadenza e senza tasso d’interesse: del resto anche le normali banconote non hanno né scadenza né tasso d’interesse. La “scadenza” implicita del minibot è data dalla sua spendibilità, vale a dire che la vita utile del titolo per il detentore termina quando vuole lui, nel momento in cui lo spende o lo utilizza per il pagamento delle tasse. Vale la pena ricordare che anche i normali titoli di Stato, anche se di scadenza trentennale, possono essere monetizzati in qualsiasi momento vendendoli sul mercato: nel caso dei minibot non è necessario un mercato secondario perché, invece di venderli per monetizzarli, basta spenderli. I minibot depositati sul proprio conto titoli potranno essere prelevati da subito senza spese in qualsiasi luogo d’Italia dai postamat delle Poste.

 

Federico Manfredi Firmian (MoVimento 5 Stelle)

1. Nella provincia di Imperia, le piccole e medie imprese e gli artigiani costituiscono la spina dorsale dell’economia. Il Movimento 5 Stelle intende sostenere piccole e medie imprese e artigiani attraverso la riduzione della pressione fiscale e la semplificazione normativa. Per quanto riguarda la riduzione della pressione fiscale sulle piccole e medie imprese e l’adozione di tasse proporzionate alle dimensioni dell’attività, proponiamo le seguenti misure: • Vogliamo ridurre la percentuale di IMU applicata agli immobili destinati alle attività delle micro, piccole e medie imprese. • Vogliamo ampliare le possibilità di accesso di microimprese e lavoratori autonomi al regime forfettario (ex regime dei minimi). Più precisamente, intendiamo aumentare di 10.000 Euro le soglie di fatturato di ciascuna categoria Ateco (Attività Economiche) per l’accesso al regime forfettario e il mantenimento dello stesso. Per esempio, per una piccola impresa o un artigiano, la soglia di accesso e mantenimento passerebbe dai 30.000 Euro annui a 40.000. • Prevediamo inoltre la possibilità di sottrarre spese, oneri e altri pagamenti che incidono sul reddito, a condizione che questi ultimi siano provati e tracciabili. • Proponiamo l’esenzione delle microimprese dall’ IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive), per tutte le imprese con meno di 10 dipendenti e con un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di Euro. Per quanto riguarda la semplificazione normativa, il Movimento 5 Stelle si schiera dalla parte delle piccole e medie imprese e degli artigiani, oberati da una burocrazia complicatissima che costa loro tempo e denaro. Uno dei punti principali del nostro programma è la sburocratizzazione. Vogliamo abolire subito 400 leggi inutili. Se vogliamo liberare il nostro paese, le nostre imprese e i nostri artigiani dalla burocrazia dobbiamo cominciare da qui. Sul sito leggidaabolire.it tutti i cittadini possono proporre quali leggi dovremmo abolire. Invitiamo tutti a contribuire a questa importante iniziativa di democrazia diretta. Il Movimento 5 Stelle si propone di semplificare le leggi e norme vigenti. • Intendiamo racchiudere in un’unica dichiarazione: _ Imposte sui redditi (IRES, IRAP, IRPEF, IRI e imposte sostitutive) _ Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) _Imposte locali quali IMU e TASI. • Vogliamo reintegrare la dichiarazione IRAP (Imposta regionale attività produttive) all’interno del modello UNICO, ossia il modello unificato tramite il quale è possibile effettuare più dichiarazioni fiscali. • Vogliamo abolire lo Spesometro, ossia una delle comunicazioni obbligatorie che i soggetti titolari di partita Iva, imprese e lavoratori autonomi sono tenuti ad inviare annualmente all’Agenzia delle Entrate. • Proponiamo inoltre l’istituzione di un tavolo tecnico di esperti per semplificare i codici Ateco. • Vogliamo approvare i sistemi di fatturazione elettronica e intendiamo diffonderli progressivamente per eliminare l’obbligo di stampa cartacea dei registri IVA, agevolare i rimborsi delle imposte, automatizzare numerosi processi e costruire un sistema di indicatori di affidabilità in grado di guidare il contribuente nel pagamento delle tasse. • Le leggi anti-evasione in Italia tendono a colpire chi le tasse le paga. Il sistema ci considera tutti disonesti fino a prova contraria e dobbiamo produrre complicate documentazioni per provarlo. Noi proponiamo di ridurre la documentazione eunire le banche dati della pubblica amministrazione per scoprire i veri evasori. Per quanto riguarda, la promozione di una maggiore equità fiscale tra diversi redditi da lavoro, proponiamo la riduzione delle aliquote Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), insieme all’allargamento della “no tax area” che includerà i redditi fino a 10.000 Euro. D’altra parte, vogliamo ridurre le detrazioni sul reddito dei contribuenti con reddito superiore ai 100.000 Euro.

2. La pubblica amministrazione deve guidare lo sviluppo economico, attraverso investimenti mirati in settori quali l’innovazione tecnologica e l’energia rinnovabile, tenendo presente l’impatto dei processi di automatizzazione e interconnessione legati all’innovazione tecnologica. L’asse portante dell’industria nella provincia di Imperia come in Europa sono micro, piccole e medie imprese, dinamiche, resilienti, responsabili, integrate socialmente e con il loro ambiente. Ci proponiamo di promuovere una sinergia di intenti fra micro, piccole e medie imprese, pubblica amministrazione e il mondo dell’università e della ricerca. È necessario favorire la nascita e la crescita di nuove imprese attraverso la sburocratizzazione e la riduzione degli oneri fiscali. Vogliamo abolire le barriere che oggi limitano la nascita e lo sviluppo delle idee innovative, eliminando burocrazia e oneri per le imprese, in particolare nei primi anni di attività (come il contributo minimale INPS che impone il pagamento di 3600 Euro all’anno per ogni socio amministratore o dipendente di SRL, anche se fattura zero. È fondamentale inoltre informare i giovani affinché scelgano percorsi formativi che permetteranno loro di trovare lavoro. Il sistema educativo deve essere riformato, per impartire ai giovani le conoscenze e le competenze che le imprese richiedono. I lavori del futuro richiederanno meno catene di montaggio e più creatività artigiana. Vogliamo coniugare le innovazioni tecnologiche con la creatività e il “Made in Italy.” Lo sviluppo del “Made in Italy” deve ricopre un ruolo fondamentale nella nostra strategia di sviluppo economico. Per quanto riguarda la tutela dell’ambiente e del territorio, sono necessari cambiamenti fondamentali nelle metodologie di estrazione delle risorse naturali e nelle modalità di fabbricazione, distribuzione, utilizzo e smaltimento dei prodotti. Per invertire le tendenze attuali e vivere in base a principi ecosostenibili è necessaria un’azione a tutti i livelli della società, a partire dalle singole persone e dal settore produttivo fino alle amministrazioni centrali e locali. L’applicazione di nuovi processi di progettazione e produzione comportano investimenti iniziali e vantaggi a medio lungo termine, modificando i nostri tradizionali modelli di consumo. Occorre passare da uno sviluppo di progettazione consapevole e da processi produttivi tecnologici che favoriscano la possibilità della riparazione, la reperibilità dei ricambi e l’intercambiabilità dei pezzi di ricambio, migliori standard sui prodotti. È necessario sviluppare nuovi standard minimi per i prodotti per ridurne l’impatto sull’ambiente.

3. Per favorire l’accesso delle PMI ai mercati internazionali, proponiamo a livello europeo la ristrutturazione e l’aggiornamento degli strumenti di difesa commerciale (anti-dumping, antisussidi, ecc.) e l’etichettatura di origine obbligatoria per tutti i prodotti provenienti da paesi extraeuropei. Proponiamo inoltre la promozione e la difesa del “Made in Italy” a livello europeo e mondiale. Il “Made in Italy” deve esser visto come un marchio distintivo che caratterizza i prodotti italiani e li fa risaltare per le loro caratteristiche esclusive, ponendoli al primo posto per l’alta qualità. Tuttavia non sempre è così semplice riconoscere, per il consumatore, un prodotto autenticamente “Made in Italy” e spesso e volentieri il marchio di origine del nostro Paese è stato utilizzato per scopi fraudolenti. Per questo sono importanti le etichettature e la tracciabilità dei prodotti “Made in Italy”, sia per tutelare la produzione di qualità italiana che per tutelare i consumatori sulla qualità dei prodotti che acquistano. Vogliamo creare un sistema di tracciabilità dei prodotti che evidenzi tutte le fasi di produzione e lavorazione dei prodotti stessi, perché è necessario proteggere dal punto di vista legislativo le nostre eccellenze. Proponiamo di attribuire la denominazione “Made in Italy” solo a prodotti finiti, le cui materie prime sono prodotte all’interno del territorio italiano e che sono lavorati in tutte le varie fasi della loro filiera, dal produttore al consumatore, all’interno del territorio italiano. Vogliamo vietare a livello europeo la commercializzazione di prodotti non italiani le cui denominazioni siano volte ad ingannare i consumatori (il cosiddetto «italian sounding»). Per non soppesare di troppi oneri burocratici le imprese, gli strumenti di autocertificazione e i controlli a esso collegati sono fondamentali: ma dovranno essere molto efficaci, a differenza di quanto accade oggi. Vogliamo studi d’impatto obbligatori per ogni trattato di libero scambio negoziato in sede UE con paesi terzi, per valutare il possibile sull’economia nazionale. Proponiamo il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia delle dogane e lo snellimento delle pratiche di sdoganamento per agevolare il commercio. Il Movimento 5 Stelle ha già fatto moltissimo per favorire l’accesso delle piccole e medie imprese al credito. Ricordiamo che i nostri parlamentari e consiglieri regionali hanno accettato di tagliare i loro stipendi e di creare un fondo per erogare micro-credito alle imprese. Finora i portavoce del movimento hanno restituito oltre 23 milioni di Euro e hanno così erogato micro-credito a 7,000 imprese che danno lavoro a 14,000 italiani. Questo è un programma che vogliamo continuare e espandere. Proponiamo inoltre la creazione di una banca pubblica per gli investimenti. Banche di questo tipo esistono in Francia, in Germania e in Spagna, e fanno quel che non fanno le banche private: forniscono credito alle piccole e medie imprese. Vogliamo quindi creare una banca pubblica per gli investimenti, con un board indipendente (in altre parole senza cariche politiche, costituito invece esperti scelti in base alle loro qualifiche e esperienze), per permettere a chi vuole crescere o a chi vuole andare all’estero come impresa (a vendere, non a spostare gli stabilimenti) di accedere al credito.

 

Enrica De Cecco (Italia, Europa, Insieme)

1. Completare la riduzione della pressione fiscale sulle imprese grandi e piccole, portando l’aliquota IRES al 22% (già portata nel corso della scorsa legislatura dal 27,5% al 24%) e assicurando alle imprese individuali un’eguale tassazione attraverso l’introduzione dell’IRI con aliquota al 22%; Aumentare la deducibilità dell’Imu pagata sugli immobili da imprese, commercianti, artigiani e professionisti; Rafforzare il Piano Impresa 4.0 rendendo stabile e strutturale il credito di imposta alla ricerca e sviluppo, prevedendo una riduzione graduale dell’iper ammortamento per poi introdurre strutturalmente un’accelerazione della deducibilità fiscale degli investimenti produttivi (chi investe sul futuro deve poter dedurre più velocemente i costi). Per ciò che riguarda la semplificazione normativa l’obiettivo da raggiungere è accorpare e semplificare gli adempimenti burocratici richiesti alle imprese, evitando ad esempio la richiesta di dati già in possesso della pubblica amministrazione e favorendo il coordinamento tra enti diversi. ALLEGATO: breve sintesi della tesi di dottorato del Dr Diego Gandolfo: “I Fondi Strutturali Europei 2007- 2013 in Italia: un’analisi delle criticità.”. In accordo con gli approcci affiorati nella letteratura più recente sul tema del mancato utilizzo dei Fondi in Italia, sulla base dell’indagine empirica effettuata sul campo presso la Commissione Europea e presso le Autorità di Gestione dei Programmi Operativi FESR 2007-2013 e in seguito ad un esame meticoloso dei documenti istituzionali aventi per oggetto la valutazione dell’attuazione (resoconti dei Comitati di Sorveglianza e i Rapporti Annuali di Esecuzione dei PO), è possibile individuare tre ampie tipologie di fattori che hanno inciso sul ritardo italiano: “finanziari”, “politici”, “amministrativi”. Queste tre grandi aree sono strettamente correlate tra loro e insieme hanno interagito nel rallentare l’uso delle risorse comunitarie. Per prima cosa, si ponga l’attenzione al panorama finanziario nazionale ed europeo nel quale si è svolto il ciclo di programmazione 2007-2013, che è stato caratterizzato da misure di austerità adottate per rispettare il Patto Europeo di Stabilità e Crescita, che ha colpito soprattutto le regioni più deboli del Sud-Italia, le quali hanno assistito ad un taglio drastico degli investimenti pubblici. Le risorse provenienti dai fondi strutturali sono diventate nella sostanza la più importante fonte di investimento nello sviluppo regionale. Il Country Report 2011 prodotto dall’Expert Evaluation Network per la Dg Regio (La Direzione generale Regio per le politiche regionali e urbane consta di 700 professionisti provenienti da tutta l’Unione europea con il compito di interpretare le differenti sfide affrontate dagli Stati membri e dalle rispettive regioni) identifica nel taglio delle risorse nazionali una delle principali cause del ritardo italiano, avendo esso colpito il diretto cofinanziamento dei programmi cofinanziati dai Fondi comunitari oltre che dei progetti relativi alle politiche di sviluppo nazionale. Inoltre, la crisi ha colpito l’attuazione del FESR non solo dalla parte degli attori pubblici ma dal lato delle imprese. In questo periodo di recessione, si è diffusa una certa riluttanza degli imprenditori ad investire e delle banche a prestare finanziamenti. 9 Dalla analisi sul campo fatto dall’autore di questo lavoro emergono poi alcune principali criticità “di sistema” Criticità finanziarie 1) la frammentazione delle fonti di finanziamento (E’ così che una parte di progetto può essere finanziato da un Programma Operativo Nazionale e un altro pezzo dell’intervento da un POR). L’investimento, sia esso infrastrutturale o produttivo, viene coperto di volta in volta con la fonte che in quel momento risulta disponibile per liquidità di cassa. A ciò è dovuta la frammentazione, che a sua volta comporta spesso un ritardo nell’esecuzione dei lavori, poiché se non c’è una disponibilità di cassa per liquidare lo stato di avanzamento, i cantieri si bloccano. La frammentazione denota l’assenza di una vera e propria strategia nella scelta delle fonti di finanziamento. Si tratta di un deficit strutturale – finanziario. Cruciale è dunque la mancanza di “chiare e strutturate politiche in molti ambiti essenziali”, che determina l’impossibilità di un raccordo tra i Fondi europei e una coerente politica nazionale e la difficoltà di cofinanziamento (che può essere riscontrata come una difficoltà strutturale delle regioni più deboli di far fronte all’anticipo per il cofinanziamento nazionale dei Programmi operativi). Le regioni spesso ricevono il prefinanziamento ma lo tengono in cassa e pagano altre spese differenti dai progetti cofinanziati dall’UE. 2) Il Patto di Stabilità Interno, che traduce a livello nazionale il Patto Europeo di Stabilità e Crescita, e vincola ulteriormente le Regioni e i Comuni nell’eventuale maggiorazione delle spese rispetto alle entrate. Durante il periodo 2007-2013 le Regioni, così come i Comuni – che rappresentano una pedina fondamentale del ciclo di utilizzazione dei Fondi – si sono talvolta trovati impossibilitati a spendere le risorse. Pur avendo disponibilità finanziaria, il Patto di Stabilità Interno impediva le amministrazioni locali, ponendo dei vincoli il cui inadempimento è variamente sanzionato. In questo caso il ritardo nell’effettuazione degli interventi nonostante una disponibilità di cassa è dovuto ad una norma nazionale che regolamenta i flussi finanziari per rispettare i parametri comunitari. Di fatto due fattori concatenati, scarsità di risorse e patto di stabilità interno, hanno costituito un elemento di impedimento strutturale della spesa delle Regioni. Ciò premesso, però, non deve si deve cadere nel malinteso che tali vincoli abbiano rappresentato la causa principale del mancato utilizzo dei Fondi. Il Patto di Stabilità Interno viene spesso utilizzato per giustificare la gravità del ritardo di attuazione che dipende da più profonde criticità. Esso ha avuto un ruolo importante ma non decisivo, di secondo piano rispetto a ben più profonde cause, insite nella dimensione politica e amministrativa delle regioni del Mezzogiorno mentre nelle regioni Competitività, come la LIguria, dove le criticità di tipo amministrativo e politico sono più attenuate, il patto di stabilità ha senz’altro inciso soprattutto in alcuni settori. Criticità politiche Per ragioni di tipo “politico” si intende l’insieme delle responsabilità facenti capo agli organismi politico-istituzionali sia ad un livello nazionale che locale, nello svolgimento delle azioni che attengono all’utilizzo dei Fondi Strutturali. La componente politica ha un ruolo cruciale nel mancato utilizzo dei Fondi 2007-2013. Essa fa riferimento alle più variegate “patologie” del gioco politico italiano, e prende le mosse non solo dall’inadeguatezza delle azioni di Governo, finanche alla completa assenza, ma anche dalle dinamiche della politica locale, caratterizzata da forte interferenza sul circuito amministrativo attraverso, per esempio, la nomina dei dirigenti, ma anche da mere esigenze di tipo elettorale, di controllo del territorio e di mantenimento del potere a fronte di una frammentazione degli interessi, fino alla paradossale coesistenza di obiettivi regionali opposti: da una parte il bisogno 10 massimizzare l’assorbimento, ma nello stesso tempo, dall’altra, estendere il più a lungo possibile la disponibilità di risorse comunitarie e massimizzare anche l’allocazione del periodo successivo. Le condizioni politiche sono un tassello fondamentale nella nostra “tassonomia” delle cause, poiché sono in grado di spiegare perché nonostante le riforme amministrative condotte nel corso degli anni ci siano ancora deficienze gravi nell’uso dei Fondi nel generale grado di attuazione a livello italiano e differenze così notevoli da regione a regione. Il peso delle scelte politiche nazionali è stato senza dubbio imponente: basti pensare al ciclo politico cha ha fatto da sfondo al periodo di programmazione, che va dall’assoluto disinteresse per la Politica di Coesione degli anni 2008-2011 del Governo Berlusconi-Tramonti alla svolta in termini politici ed operativi con il primo Ministro per la Coesione Territoriale della storia italiana Fabrizio Barca durante il Governo Monti, fino al passaggio a Trigilia e i primi passi dell’istituzione dell’Agenzia per la Coesione e infine al rinnovato inabissamento del tema dei Fondi Strutturali nel nuovo Governo Renzi, che ha fatto sparire l’esclusività del Ministero per la Coesione territoriale e affidato la delega al sottosegretario Del Rio, già depositario di impegnativi incarichi istituzionali. Tale mossa, come confermato dalla stessa Commissione, può essere letta come un indebolimento dell’attenzione politica nei confronti della politica di coesione, dal momento che la presenza di un interlocutore forte e autorevole come un Ministro può avere risvolti positivi anche nel rapporto con la Commissione Europea. Tra i fattori politici di respiro nazionale, ciò che è può essere ravvisato è la mancanza di un presidio forte a livello centrale. Il governo è mancato all’appello nella funzione chiave per far funzionare dei programmi grandi come quelli italiani, già soggetti ad alcune forti debolezze. A ben vedere, non sembra esserci stata la regia del Governo italiano. E’ questo il motivo per cui la Commissione caldeggiò fortemente la costituzione dell’Agenzia Nazionale per la Coesione (Position Paper, 2012), non tanto per la sua funzione di possibilità di sostituire all’occorrenza la gestione di alcuni Programmi Operativi, quanto nella sua funzione di controllo. La politica di coesione è una politica che opera in modo molto decentralizzato in alcuni Paesi, ma affinché questo funzioni è necessario un ruolo forte di regia centrale che assicuri la coerenza e l’intervento laddove qualcosa non funziona. La mancanza di un tale presidio autorevole a livello nazionale ha inciso sulla gestione, sull’avanzamento dei progetti, sulle scelte, sulle questioni di audit e di controllo. Senza contare che in genere gli italiani presidiano solo marginalmente questa politica presso il Parlamento europeo, nonostante la formale presenza all’interno della Commissione REGI del Parlamento Europeo. Un quadro politico, dunque, desolante, peggiorato dal mancato soccorso del Governo alle regioni indietro con la spesa e dall’indebolimento di uno dei perni attorno al quale ruota la politica di coesione: il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica (DPS), concepito per una funzione di assistenza tecnica alle regioni del Mezzogiorno. Esso, nel corso del ciclo 2007-2013 è stato indebolito dall’instabilità politica che ne ha neutralizzato le potenzialità nella funzione di coordinamento e impulso della politica di coesione. Inizialmente incardinato nel Ministero dell’Economia e delle Finanze, è stato assegnato prima sotto il controllo del Ministero dello Sviluppo Economico, spezzando il suo legame con il CIPE, guidato da Bersani 2006-2008 e Scajola 2008-2010 per poi passare sotto l’ala del Ministero dei Rapporti con le Regioni guidato da Fitto, ma scontando un’ambiguità dannosa perché formalmente ancora incardinato nel Ministero dello Sviluppo Economico. Solo con l’ingresso di Barca a fine 2011 (governo Monti) il DPS recupererà una funzione strategica. Nel 2016 il governo Gentiloni ha istituito il Dipartimento per le politiche di coesione, l’Agenzia per la coesione territoriale e due organismi, il Nuvap e il Nuvec, che di fatto si occupano di verificare le politiche di coesione. 11 Altre criticità politiche sono state non solo l’instabilità dei governi nazionali da cui è dipesa la necessità di massimizzare politicamente l’uso dei Fondi e la mancata realizzazione di una strategia di sviluppo a lungo termine ma anche la conseguente l’instabilità dei governi regionali, che – al pari di quanto è accaduto a livello nazionale – non solo ha inciso sulla gestione, ma anche sulla qualità e coerenza della programmazione della policy di sviluppo e sul ritardo della tempistica di approvazione del Programma operativo, dovuta al continuo cambio del programma in fase iniziale e successiva. La grave responsabilità della classe politica regionale non può essere sottaciuta nell’individuazione delle cause del ritardo. E’ innegabile che parte della negligenza debba essere attribuita alle “classi dirigenti impegnate a estrarre rendite e vantaggi particolari dall’uso dei fondi anziché reimpiegarli nell’interesse generale”. L’Autorità di Gestione rappresenta il trait d’union tra la politica e la sfera amministrativa, il perno attorno al quale ruota l’attuazione dei Programmi Operativi. L’Autorità di Gestione ha un ruolo di regia attribuitogli dal Regolamento comunitario, che consiste nella predisposizione del programma, nella definizione dei Fondi da allocare a ciascun intervento, nel coordinamento dell’attività di attuazione della spesa dei Dipartimenti e nella garanzia che lo svolgimento avvenga in linea con i tempi previsti, oltre che dei controlli di primo livello (art.60 del Regolamento 1083/2006). Nella sua articolazione interna, che varia a seconda dell’architettura scelta, l’Autorità di gestione è responsabile del funzionamento della macchina amministrativa. Dal suo corretto funzionamento deriva gran parte della performance di assorbimento dei Fondi. Un problema di grande rilievo risulta essere la tipologia di incardinamento delle AdG, ossia la collocazione dell’AdG tra le maglie della sfera politica e amministrativa: una elemento considerato cruciale dalla Commissione (CE, 2013). I responsabili di gestione, che rappresentano l’AdG, non sempre sono ai vertici apicali e talvolta non godono di sufficiente autorità decisionale. In Italia le Regioni hanno avuto grossa autonomia nella decisione della collocazione delle AdG, mentre negli altri paesi tale decisione è stata accompagnata da un intervento dell’Amministrazione centrale. In alcune regioni italiane le AdG sono costruite come apposite “strutture di servizio”, che spesso coincidono con i dipartimenti per la programmazione economica (Sardegna, Sicilia, Calabria). Nelle regioni del Centro-Nord, segnala la DG Regio (CE, 2013), hanno funzionano bene le Adg responsabili dei Programmi FESR laddove esse sono state collocate in Assessorati dedicati all’industria, attività produttive, innovazione (come Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana) mentre alcune complicazioni sono state riscontrate laddove invece essa è incardinata negli uffici internazionali (come nel PO FESR Friuli Venezia-Giulia). Individuata la centralità strategica dell’AdG, a questo punto un’altra considerazione va fatta sull’elevata influenza della politica in termini di stabilità. Il cambio di un’Autorità di Gestione è un evento cruciale nella storia di un Programma Operativo. La stabilità dell’AdG è un ingrediente fondamentale ai fini di una gestione all’insegna della continuità amministrativa ed è un segnale chiaro della volontà politica di puntare sulla saldezza della cabina di regia che presiede all’intera macchina dell’attuazione del FESR. L’avvicendamento politico e il conseguente cambio di guardia all’AdG provoca dunque danni, considerati dalla Commissione “disastrosi”, negli effetti sull’esecuzione. Quando al cambio di governo, sia esso regionale che nazionale, viene sostituita anche l’Autorità di Gestione e i dirigenti dei dipartimenti, si verificano pesanti ripercussioni sulla gestione e finanche sulla strategia e la direzione dei Programmi Operativi: si smonta l’insieme delle competenze maturate dai dirigenti e dalla sfera amministrativa negli anni per ripartire da zero, come se l’esperienza accumulata svanisse improvvisamente. 12 Criticità amministrative E’ la questione della capacità amministrativa a completare il quadro delle cause del ritardo. La capacità amministrativa è intesa come l’abilità richiesta alle istituzioni di gestire la policy dei Fondi Strutturali in osservanza delle “regole e procedure”. La differenza tra la sfera amministrativa e il corpo politico risiede nella rispettiva funzione: la prima “è deputata all’implementazione giorno dopo giorno delle procedure e delle decisioni di policy mentre il ruolo della seconda è agire come leader nello stabilire gli obiettivi che le istituzioni dovrebbero raggiungere”. Nonostante questa separazione funzionale tra indirizzo politico e amministrativo sulla base della legge Bassanini, come abbiamo già messo in evidenza in precedenza, in alcune regioni l’indirizzo politico influisce in modo pesante sull’amministrazione. E questo non avviene esclusivamente attraverso una pressione diretta sui dirigenti, sull’Autorità di Gestione. Uno dei mezzi con i quali si esercita questa influenza, per esempio, è l’utilizzo dei capitoli di spesa nei bilanci regionali. Se alla prenotazione di risorse da parte dei dipartimenti durante la discussione dell’allocazione sul budget regionale non segue un’allocazione effettiva di risorse che la politica decide nei luoghi di sua pertinenza, ecco che l’amministrazione si trova con le mani legate, avendo disponibilità “per competenza” ma non “per cassa”. Siamo di fronte ad un’altra forma che può assumere la pressione del potere politico su quello amministrativo. Pur avendo realizzato un’ottima programmazione, il vincolo dell’approvazione del bilancio annuale da parte politica diventa determinante. La lentezza di utilizzo dei Fondi ha inoltre inciso sulla tenuta italiana alla crisi economica. Nei primi 5 anni del ciclo 2007-2013, investiti dalla più grave congiuntura economica degli ultimi 50 anni, l’Italia nel complesso ha speso poco più del 20% dei Fondi Strutturali disponibili, rinunciando ad una grossa fetta di risorse che avrebbe potuto arginare molte delle difficoltà sociali ed economiche e supportare interi pezzi dell’economia, dalle imprese all’occupazione.

2. La Regione Liguria sul fronte ambientale, presenta punti di forza e di debolezza: da un lato, è un territorio di grande pregio naturalistico e storico, con la maggiore concentrazione di siti tutelati dall’UNESCO per chilometro quadrato in Italia, dall’altro, è soggetta ad un elevato rischio idrogeologico (il 100% dei Comuni è esposto a pericolosità da frana e idraulica molto alte; il 23% dei beni culturali è in aree a pericolosità idraulica media). Tutelare questo ambiente significa mettere in sicurezza il territorio, recuperare aree abbandonate, riprogettare e riqualificare i luoghi dove si vive e si lavora anche dal punto di vista energetico, riducendo la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili e sviluppare la filiera connessa a quelle rinnovabili. La nostra Regione possiede una competenza forte nell’ambito del monitoraggio ambientale e, in particolare, della sicurezza del territorio e prevenzione del dissesto idrogeologico. La difesa del suolo implica competenze e tecnologie che sottendono un ampio spettro di filiere economiche, industriali e scientifiche (come tecniche e metodi costruttivi, nuovi materiali, competenze di ingegneria naturalistica, progettazione ambientale, sistemi di monitoraggio e alert, droni e sensori, ecc.). In Liguria lavorano circa 650 ricercatori nelle strutture del sistema universitario regionale e del CNR all’interno di un Distretto Tecnologico, quattro Poli di Innovazione, due Nodi Cluster Tecnologici Nazionali, dieci Dipartimenti Universitari, dieci Istituti del CNR. Nel territorio ha anche sede il Polo di Innovazione Energia-Ambiente (TICASS), consorzio a partecipazione pubblico-privata per la promozione, diffusione e valorizzazione di attività di ricerca e trasferimento tecnologico in ambito Energia ed Ambiente, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile e alla qualità della vita. La strategia energetica – ambientale della Regione è descritta all’interno del PEAR (Piano Energetico Ambientale Regionale) dove vengono individuati gli obiettivi e le linee di sviluppo per il periodo 2014‐ 2020 al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi energetici ed ambientali stabiliti dalla Unione Europea nell’ambito delle politiche“Europa 20‐ 20‐ 20” e vengono poste le basi per la pianificazione energetica al 2030 e al 2050. In estrema sintesi gli obiettivi di “Europa 20‐ 20‐ 20” sono la riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, l’innalzamento al 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e il raggiungimento di un risparmio energetico del 20 %, il tutto entro l’anno 2020. Ritornando al PEAR, i tre macro-obiettivi di questo Piano Regionale si articolano in due obiettivi generali verticali: la diffusione delle fonti rinnovabili (elettriche e termiche) ed il loro inserimento in 2 reti di distribuzione “intelligenti” (smart grid) e la promozione dell’efficienza energetica, e su due obiettivi generali orizzontali: il sostegno alla competitività del sistema produttivo regionale e l’informazione dei cittadini e formazione degli operatori sui temi energetici, a loro volta declinati secondo linee di sviluppo e azioni specifiche coordinate con la programmazione dei fondi POR FESR 2014 – 2020. Le ricadute economiche ed occupazionali derivanti dalle fonti rinnovabili L’aumento dei consumi da Fonti di Energia Rinnovabile (FER) previsti dal PEAR 2014‐ 2020, prevede la realizzazione di impianti destinati sia alla produzione di energia elettrica (FER‐ E) che di calore (FER‐ C), con un incremento delle potenze installate. La crescita della componente FER‐ E è sostanzialmente connessa all’utilizzo di fonti rinnovabili legate alle tecnologie dell’Idroelettrico, del Fotovoltaico, dell’Eolico, dal Biogas; mentre la seconda, FER‐ C, vede coinvolti sostanzialmente impianti a Biomassa, Pompe di calore e Solare termico. La simulazione, condotta in base ai dati di previsione contenuti nel PEAR 2014‐ 2020 consente di stimare un volume complessivo di investimenti pari a poco più di 1,6 miliardi di euro. Gli investimenti attivati per la progettazione, costruzione e montaggio degli impianti (CIM), sull’intero periodo di Piano (2014‐ 2020) avrebbero l’effetto di assorbire nei sei anni quasi 19.000 anni/uomo che corrispondono a circa 3.000 persone occupate nell’arco temporale di Piano. Una volta realizzati gli impianti (a regime dopo il 2020) ogni anno potrebbero essere impegnate mediamente circa 1.800 persone nella gestione e nella manutenzione degli impianti (OM). La stima delle ricadute economiche derivanti dagli interventi di efficienza energetica sul patrimonio edilizio ligure (come ad esempio l’isolamento termico di pareti e coperture, la sostituzione dei serramenti, degli impianti centralizzati e autonomi di riscaldamento, l’ installazione di valvole termostatiche e dei contabilizzatori di calore) è stata sviluppata a partire dai dati di previsione. Per ciascuna delle voci oggetto di analisi è stato stimato il costo di installazione, comprensivo di materiale e manodopera. La stima dell’impatto economico delle azioni di efficientamento energetico è stata effettuata valorizzando, per ciascun intervento al costo unitario stimato, le quantità previste dal PEAR. Complessivamente gli interventi previsti a Piano potrebbero generare investimenti pari a circa 2,3 miliardi di € nel periodo 2014‐ 2020. Al contrario di quanto svolto per la sezione riguardante le fonti 3 rinnovabili, non è stato possibile stimare l’impatto occupazionale degli interventi connessi con l’efficientamento energetico avvalendosi di analisi già svolte acquisibili in rete o su stampa specialistica di settore. Si è pertanto stimata la percentuale media di manodopera (per posa in opera e/o installazione) contenuta nell’investimento per ciascuna delle tipologie di intervento di efficienza energetica: per gli investimenti generati dal PEAR nel periodo 2014‐ 2020 si stima pertanto un numero di persone occupate pari a circa 3.000 ‐ 4.000 all’anno. In linea generale si può osservare che gli interventi previsti nel settore dell’efficienza energetica potrebbero presentare ricadute socio – economiche dirette sul sistema produttivo regionale legate alla parte edile, alla gestione e alla manutenzione degli impianti, per le quali le aziende liguri presentano competenze consolidate, mentre il sistema si presenta più debole per quel che riguarda la produzione di materiali (coibenti, profili per serramenti, generatori di calore e componentistica termica): in questo senso la Regione Liguria intende sostenere la nascita e lo sviluppo di imprese operanti non solo nei settori tradizionalmente presenti sul territorio, ma anche di aziende competitive nelle suddette aree. Complessivamente le azioni del PEAR 2014 – 2020 potrebbero generare su tutto il periodo ricadute sul sistema produttivo ligure pari a circa 1,7‐ 1,9 miliardi di euro (circa 700 milioni, per la quota relativa al segmento delle rinnovabili, e di 1‐ 1,2 miliardi, per l’efficientamento energetico). Nei prossimi mesi e anni, la Regione Liguria promuoverà la competitività delle imprese regionali operanti nei settori della green economy (fonti rinnovabili) e della white economy (efficienza energetica) attraverso il sostegno a progetti di innovazione produttiva ed organizzativa anche attraverso misure a valere sulla programmazione dei fondi comunitari POR FESR 2014‐ 20020 (Asse 4 Energia e Asse 5 Difesa del Territorio) e sul Programma di Sviluppo Rurale 2014‐ 2020 (quest’ultimo approvato in ottobre 2015 con 135 milioni di euro dal bilancio della UE e 179 milioni di euro di cofinanziamento nazionale e regionale). Invito tutti, prima di votare, ad approfondire se e come il governo di destra della Regione Liguria stia utilizzando questi fondi comunitari. Ad esempio alla Regione Liguria sono stati assegnati 19 milioni di euro, da utilizzare entro il 2018 sul Piano di Sviluppo Rurale. A giugno 2017 ne erano stati utilizzati meno del 3%. 4 Esiste un portale, OpenCoesione, www.opencoesione.gov.it dove cittadini singoli e organizzati, amministratori, tecnici e imprenditori dell’innovazione, ricercatori e giornalisti possono consultare dati e informazioni per valutare l’efficacia e la coerenza dell’impiego delle risorse delle politiche di coesione. OpenCoesione è l’iniziativa di open government sulle politiche di coesione in Italia, coordinata dal Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri istituito in seguito alla trasformazione del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica (DPS) del Ministero dello sviluppo economico con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15/12/2014 ( Governo di Centro Sinistra). Nel 2012, il governo guidato da Monti ha impostato una serie di nuove politiche nel settore della valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico come motore di sviluppo economico e sociale. In Liguria, nell’autunno 2017, l’Agenzia del Demanio, con la obbligata collaborazione della Regione, ha aperto uno sportello territoriale per ciascuna delle quattro province con lo scopo di coinvolgere e fornire un punto di riferimento per gli Enti Locali interessati al censimento e alla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico nonché organizzare eventi territoriali di promozione, workshop, seminari. Siccome sono di Sanremo vorrei porre alla vostra attenzione un esempio di buona pratica in questo settore, capace di contribuire allo sviluppo economico del nostro territorio. Per la tutela, la conservazione e la valorizzazione della Villa Ormond di Sanremo, concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune all’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario è stata recentemente creata la Fondazione ausiliaria dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario – Villa Ormond che ha sede nella prestigiosa villa. La Fondazione intende adoperarsi per promuovere le attività dell’Istituto in Italia e all’Estero e per fare di Villa Ormond un polo di attrazione culturale e turistica di rilievo internazionale attraverso l’organizzazione di congressi, convegni, workshop, esposizioni temporanee, eventi culturali e attività ludico – educative. L’unicità ed il prestigio della Villa permetteranno inoltre di ospitare eventi aziendali ed eventi privati. La creazione della Fondazione si inquadra in una più ampia politica di fundraising da parte dell’Istituto che negli ultimi anni ha dovuto affrontare una costante riduzione dei contributi finanziari a scapito delle sue attività e della manutenzione ordinaria della Villa. Si sottolinea come le attività del Istituto Internazionale di Diritto Umanitario nel 2016 hanno portato a Sanremo oltre 10.000 presenze alberghiere generando un indotto economico quantificabile in oltre 2 milioni di euro. Un primo progetto recentemente lanciato dalla Fondazione è Villa Ormond Events. Si tratta di un nuovo brand che propone Villa Ormond come sede esclusiva per l’organizzazione di eventi di diversa natura.

3. Per ciò che riguarda gli strumenti per favorire l’accesso delle micro e piccole imprese, ai mercati internazionali vorrei portarvi un esempio concreto. Il 28/10/2016 è stato pubblicato un primo bando all’interno del P.O FESR Regione Liguria – Asse 3 (Obbiettivo Tematico 3): Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese (azione 3.1.1 – 5 aiuti per investimenti in macchinari, impianti e beni intangibili e accompagnamento dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale). Il P.O FESR rappresenta il principale strumento per lo sviluppo regionale, per il rilancio dell’economia e per il sostegno all’occupazione e risponde ai principi della politica di coesione dell’Unione Europea. Il programma articolato in diversi Obiettivi Tematici (OT) ha a disposizione risorse per 392.545.240 Euro. In particolare l’OT3 beneficia di 135.000.000 euro in 6 anni Il bando sostiene la ripresa degli investimenti produttivi anche di tipo espansivo, connessi ai percorsi di consolidamento e diversificazione, al fine di conseguire un potenziamento della base produttiva regionale, il suo sviluppo tecnologico, la sua competitività e l’occupazione in generale. L’investimento ammissibile agevolabile non può essere inferiore a 25.000 euro per le micro e piccole imprese e 50.000 per le medie. L’agevolazione consiste in un contributo a fondo perduto nella misura del 30% della spesa ammissibile per le micro imprese, 20% per le piccole e 10% per le medie. L’importo massimo del contributo concepibile non può superare i 200.000 euro. Il bando è stato aperto il 5/12/2016 e chiuso dopo 10 giorni il 15/12/2016 e le domande al primo giorno di apertura del bando sono state 1251. I beneficiari al 31 ottobre 2017 sono 872 distribuiti su tutto il territorio regionale per un totale di spese ammissibili al finanziamento pari a 9.545.505. I beneficiari nella Provincia di Imperia sono solo 79, pari al 9,05%. Credo che sia necessaria una riflessione condivisa su questo dato. Sempre per restare in tema di PMI e mercati internazionali, vorrei sottolineare come il Ministero dello Sviluppo Economico, Direzione Generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Piccole e Medie Imprese vista la legge 11 dicembre 2016, n. 232, recante “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019” ha definito le modalità di costituzione e le forme di finanziamento, nel limite di 20 milioni di euro per il 2017 e di 10 milioni di euro per il 2018, di centri di competenza ad alta specializzazione, nella forma del partenariato pubblico-privato, aventi lo scopo di promuovere e realizzare progetti di ricerca applicata, di trasferimento tecnologico e di formazione su tecnologie avanzate, nel quadro degli interventi connessi al Piano nazionale Industria 4.0.”. L’Asse 3, di cui nei prossimi mesi e anni potremo vedere pubblicati i bandi regionali, contiene come Tipologia di Intervento anche la messa a disposizione delle PMI di strumenti finanziari per migliorare le possibilità e le condizioni di accesso al credito e azioni tese a migliorare la presenza delle imprese liguri all’estero in particolare puntando sulle caratteristiche di eccellenza e di tipicità di alcune produzioni. L’attuale governo ha messo in campo strumenti di promozione per l’utilizzo di finanza alternativa. Oggi il credito bancario occupa il 90% del mercato. Tra i nostri partner commerciali circa il 50%. Dal 2017 tutte le PMI possono raccogliere capitale di rischio sul Web grazie ad un finanziamento collettivo. 6 Il governo di centrosinistra ha poi potenziato il Fondo centrale di Garanzia allargando la platea di imprese che vi possono ricorrere e rifinanziandolo con 500 milioni di euro. 7 Per ciò che riguarda gli strumenti per favorire l’accesso delle micro e piccole imprese al mercato delle forniture pubbliche la norma di riferimento è il nuovo Codice degli appalti (Dgls 50 del 2016), aggiornato con le modifiche introdotte dalla Legge 27 dicembre 2017, n. 205, dal Decreto correttivo (Decreto legislativo 19 aprile 2017, n. 56, pubblicato in Gazzetta Ufficiale 5 maggio 2017, n. 103) e dal Decreto legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla Legge 21 giugno 2017, n. 96. Sotto il profilo normativo, molte sono le norme introdotte per abbattere le barriere all’ingresso che comprimono la libertà d’impresa dei piccoli operatori economici. L’art. 30 co. 7 scolpisce il principio secondo il quale i criteri di partecipazione alle gare non devono escludere le micro, piccole e medie imprese. Principio che, di fatto, viene ribadito in tema di appalti sottosoglia (art. 36 co. 1) che costituiscono circa il 60% dei bandi indetti quotidianamente in Italia, nonché di requisiti tecnici ed economici che devono essere tali da favorire l’accesso delle micro e piccole imprese agli appalti (art. 83 co. 2). In materia di definizione dei lotti di gara, aspetto che spesso costituisce una barriera di accesso per le piccole imprese, alla previsione della suddivisione in lotti prestazionali per favorire la valorizzazione della specializzazione delle imprese, si affiancano sia l’obbligo di determinare il valore dei lotti in modo “da garantire l’effettiva possibilità di partecipazione da parte delle microimprese, piccole e medie imprese” sia la facoltà delle stazioni appaltanti di limitare il numero dei lotti che possono essere aggiudicati ad un solo concorrente (art. 51 co. 1, 3). Sotto il profilo dell’accesso l’importanza delle piccole imprese nel tessuto economico nazionale è tale che è lo stesso Codice a prevedere una riforma dei sistemi centralizzati di acquisto, a partire da Consip, per favorire “l’effettiva partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese” (art. 41 co. 1). Alla chiara cornice normativa di favore per l’accesso agli appalti da parte delle piccole imprese sono, tuttavia, seguiti alcuni bandi che andavano nell’opposta direzione, e rispetto ai quali si sono espressi i Giudici amministrativi che hanno censurato le clausole escludenti a danno delle micro e piccole imprese. Alla luce di queste pronunce è di tutta evidenza come la giurisprudenza amministrativa abbia accesso una luce forte sul dimensionamento degli appalti, censurando i bandi non a “misura di piccola impresa”, ed in definitiva sollecitando le stazioni appaltanti (talvolta impreparate rispetto al nuovo corso degli appalti) a rispettare i principi del Codice per favorire l’effettiva partecipazione alle gare da parte delle imprese di minori dimensioni. Per quanto riguarda la partecipazione delle PMI agli appalti pubblici internazionali vorrei segnalarvi il rafforzamento degli investimenti di Industria 4.0, anche attraverso un piano di diffusione informativo. Per concludere vi segnalo il progetto IPPON “Innovative Public Procurements Opportunities and Networks”, in corso di svolgimento. Questo progetto è finanziato dall’Unione Europea attraverso il Bando COSME (Programma per la competitività delle imprese e delle PMI 2014-2020) che mira, tra gli altri obiettivi chiave, a favorire il successo delle imprese nella partecipazione agli appalti pubblici internazionali. Il tema degli appalti e delle modalità di accesso a questi ultimi è un tema molto sentito dalla piccole e medie imprese dei diversi paesi della UE che spesso non hanno strumenti adatti per poter partecipare ai bandi di gara con adeguati tassi di successo. E allora, dagli studi internazionali per l’individuazione delle best practices in materia di accesso a bandi e gare, ai corsi di formazione e gli strumenti informativi, passando per l’organizzazione di eventi di scambio tra imprenditori fino alle attività di coaching per favorire la crescita delle competenze interne alle aziende in materia di appalti il progetto IPPON si propone di mettere a disposizione delle imprese tutto il know-how necessario per aiutare le aziende a partecipare con successo agli appalti internazionali.

 

Elisa Balestra (Forza Italia)

1. Una svolta importante per quanto riguarda la riduzione della pressione fiscale sarà data dall’introduzione della Flat tax, con la quale i tributi saranno notevolmente diminuiti fino al punto di assestarsi intorno all’aliquota 23%. Questa è una soluzione che darà sollievo a professionisti, a famiglie e soprattutto alle piccole micro imprese che a fronte di una tassazione minore potranno effettuare nuovi investimenti e creare occupazione. La nostra proposta, per garantire in progressività del prelievo tra i diversi redditi, prevede una vera e propria area no tax, per i redditi più bassi ed un area progressiva. L’applicazione di una tassazione più bassa favorirà l’incremento dei consumi e gli investimenti pubblici e privati; aumenterà la crescita ed i posti di lavoro; permetterà di arrivare ad una diminuzione del deficit. Riteniamo utile rendere maggiormente fruibile il “nuovo regime forfettario agevolato” o “regime dei minimi” in modo da favorire l’ingresso alle piccole imprese. L’impresa ha bisogno di semplificazione normativa e di una minor burocrazia, non solo di diminuzione della pressione fiscale. Si sente la necessità di operare in un contesto chiaro nel quale gli operatori pubblici siano di aiuto e supporto e non di ostacolo. Negli ultimi anni sono stati introdotti nuovi obblighi che hanno appesantito il lavoro delle aziende e dei professionisti, e che andranno rivisitati completamente, non escludendone, in alcuni casi, l’eliminazione.

2. E’ sicuramente necessario intervenire sul fronte dell’edilizia dopo i problemi causati dalle normative introdotte negli ultimi anni che hanno bloccato il settore edile già danneggiato dalla crisi economica che stiamo vivendo. L’introduzione dell’IMU e del D.Lgs. 50/2016 ha ottenuto il risultato di decimare il settore edile, diminuendo drasticamente il numero di operatori del settore. Bisogna senza dubbio cambiare le regole per rendere nuovamente fiorente l’edilizia nel nostro Paese; non dovrà più essere necessario aspettare anni per la concessione di permessi e licenze edilizie, basterà semplicemente rispettare le norme vigenti. Per quanto riguarda il patrimonio immobiliare pubblico, il programma di forza italia si sofferma prioritariamente sull’edilizia scolastica con un vero e proprio piano di ristrutturazione delle scuole. Lo stesso discorso vale per la messa in sicurezza del territorio e la tutela dell’ambiente, riferendosi principalmente ad una riqualificazione delle periferie e delle coste ed al restauro dei siti di interesse monumentale, nonché al sostegno alle energie rinnovabili. Un passaggio importante va senza dubbio fatto per quanto riguarda il rilancio del settore immobiliare e dell’edilizia privata; vanno introdotti incentivi importanti, come la stabilizzazione delle detrazioni IRPEF sulle ristrutturazioni edilizie o l’estensione del regime della cedolare secca. Per consentire una nuova crescita del settore, fondamentale è anche l’introduzione di un sistema di incentivazione fiscale e di tutela dei proprietari, ad esempio garantendo tempistiche brevi per il rientro in possesso degli immobili dopo la cessazione del contratto di locazione.

3. Il nostro programma si pone l’obbiettivo di rendere competitive le aziende italiane anche a livello internazionale, partendo da questo presupposto per far ripartire la crescita del nostro paese. Per questo sarà fondamentale l’introduzione della Flat tax che oltre a diminuire la pressione fiscale porterà all’abolizione dell’IRAP, imposta che colpisce il lavoro a prescindere dal fatto che esso produca reddito e che rende le imprese nostrane meno competitive sui mercati. Il nostro programma prevede inoltre l’azzeramento delle imposte per chi assumerà un giovane e tempo indeterminato per i primi 6 anni. Fondamentale sarà l’incentivazione di tutte le forme di aggregazione delle imprese, per consentire di affrontare le sfide dei mercati esteri. In questo senso le istituzioni competenti dovranno fornire il loro supporto per l’accesso nei mercati di destinazione e dovranno essere create forme di sostegno economico per l’internazionalizzazione rivolte a piccole imprese e micro imprese. Fondamentale sarà per le aziende il pagamento immediato di tutti i debiti della pubblica amministrazione e la facilitazione per quanto riguarda l’accesso al credito per le piccole e medie imprese.

 

Massimiliano Iacobucci (Fratelli d’Italia)

1. Misure volte alla riduzione del carico fiscale Introduzione di una Fiat Tax al 23% Si ritiene che la “Tassa piatta” sia un tipo di imposizione uguale per tutti i contribuenti, una proposta concreta ed efficace, in quanto sperimentata già in altri Paesi e soprattutto semplice. Il principio della progressività dell’imposta verrà garantito con l’introduzione di detrazioni per carichi di famiglia e da lavoro, inversamente proporzionali all’ammontare del reddito, riservando le detrazioni ai redditi più bassi ed annullandole sui redditi più elevati. La progressività verrà altresì tutelata dall’introduzione di una “no tax area”, con limite da definire in base alla copertura e parametrato all’annullamento della tassazione delle pensioni minime, a beneficio dei redditi di più modesta entità. La razionalizzazione del complicato sistema delle deduzioni e delle detrazioni, con mantenimento delle sole misure utili, quali quelle sui lavori di ristrutturazione e di risparmio energetico, sarà complementare all’introduzione di tale riforma. Incentivi industria 4.0. Intendiamo variare il sistema degli incentivi industria 4.0, estendendo l’ambito soggettivo ai professionisti e modificando l’ambito oggettivo della misura c.d. “Iper- ammortamento (pari al 250% dell’investimento), per includervi investimenti tecnologici più vicini alle piccole realtà 2 imprenditoriali ed artigianali, al fine di consentire a tali soggetti di beneficiare concretamente di tale forma di incentivo. Job’s act. Una rivisitazione di tale riforma è necessaria ed avrà per oggetto un aumento dell’attuale sgravio a beneficio dei soggetti che stabilizzano le assunzioni di giovani lavoratori, mediante la netta riduzione (se possibile l’azzeramento) di tasse e contributi, per un periodo di sei anni, a beneficio delle imprese che assumono con contratto di primo impiego under 35. Irap Si ritiene necessaria la riduzione del costo del lavoro a carico delle aziende, incrementandone la deducibilità ai fini Irap, fino alla totale progressiva eliminazione dell’Irap. Semplificazioni Sul presupposto che gli adempimenti fiscali sono costati nel solo anno 2017 circa 60 miliardi1 , con in incremento di 2,7 miliardi rispetto al 2015, riteniamo che sia necessario introdurre disposizioni normative puntuali ed immediate, finalizzate a semplificare il fisco, intervenendo su: Studi di settore Si intende dare attuazione all’eliminazione degli studi di settore già dal 2018 e alla sostituzione di tale strumento con gli indicatori di affidabilità fiscale (provvedimento già approvato ma non ancora attuato), i quali dovranno richiedere minori informazioni alle imprese ed essere utilizzato come indicatore di affidabilità economica e fiscale ma non come strumento di accertamento. Fatturazione elettronica E’ necessario provvedere con gradualità all’introduzione della fatturazione elettronica tra privati (attualmente ne è prevista l’introduzione per tutti i soggetti dall’1.1.2019). a. Se ne propone l’introduzione in un arco temporale di quattro anni, nei seguenti termini:  soggetti di maggiori dimensioni (società quotate e grandi imprese), conü decorrenza dal 2019;  soggetti di medie dimensioni (medie imprese2ü ), con decorrenza dal 2020; 1 Fonte: dossier della Fondazione nazionale dei commercialisti. 3  soggetti di piccole dimensioni (piccole imprese), con decorrenza dal 2021;ü  tutti i soggetti con decorrenza dal 2022.ü b. Variazione da obbligo a facoltà di tale adempimento ed introduzione di un regime premiale con riduzione dei termini di accertamento a tre anni. Paesi black/white list Al fine di rendere certe le operazioni poste in essere da soggetti operanti nel territorio nazionale con soggetti esteri, si propone la revisione delle normative attualmente in vigore, che definiscono e individuano i Paesi black list (in altri termini “a regime fiscale privilegiato”) e i Paesi white list, con istituzione di un unico elenco – di volta in volta integrabile o modificabile per consentire l’ingresso o l’uscita di nuovi Paesi – che individui con certezza i Paesi black list, in modo da considerare white list i Paesi ivi non indicati. Regime forfettario agevolato (Art. 1, della Legge n. 190/2014) Rappresenta un regime di favore con agevolazioni di natura fiscale e semplificazioni interessanti per le Imprese. Si intende implementare il limite dei ricavi e dei compensi – che costituisce un requisito per l’applicazione del regime – in modo da estendere l’ambito di applicazione di tale regime ad un maggior numero di imprese di piccole dimensioni. Comunicazione dati fatture emesse e ricevute e liquidazioni Iva (cd. Spesometro) Si ritiene che sia necessaria una revisione dello strumento, senza escluderne l’eliminazione, sulla base del criterio dell’efficientamento dello strumento fondato sul rapporto costi (per la collettività)/benefici (per il fisco).

2. Con riferimento al settore pubblico è necessario far ripartire le grandi opere per creare nuova ricchezza, produzione ed occupazione. Il mercato è rimasto fermo da troppi anni. Le imprese italiane, per poter operare con efficienza ed essere competitive sui mercati esteri devono poter esercitare la propria attività in un Paese efficiente, che offra servizi di qualità, trasporti veloci ed energia a basso costo. Per questo occorre investire risorse per le infrastrutture e le grandi opere pubbliche. Il nostro Paese non può più attendere e deve colmare rapidamente, con la corretta pianificazione, il gap che lo separa da altri Paesi maggiormente competitivi. L’attuale patrimonio immobiliare sia pubblico che privato deve essere tutelato e messo in sicurezza, mediante la destinazione di risorse straordinarie volte alla riqualificazione dell’esistente. L’iter per la realizzazione delle nuove opere dovrà essere semplificato e snellito ma per contro dovrà essere normata l’introduzione di parametri antisismici che ogni nuova iniziativa dovrà rispettare. Per quanto riguarda il settore immobiliare ed edilizio privato si ritiene importante agire sull’attenuazione della pressione fiscale IMU/TASI, introducendo un sistema di incentivazione, finalizzato a mettere a reddito gli immobili abitativi e commerciali sfitti, con l’estensione della “cedolare secca” a tutte le locazioni sia con riferimento all’ambito soggettivo (estensione a tutti i soggetti privati e non), sia con riferimento all’ambito oggettivo (estensione alle locazioni commerciali). Si propone inoltre la razionalizzazione e la semplificazione delle regole che disciplinano gli incentivi su detrazioni Irpef relativi alle ristrutturazioni edilizie e al risparmio energetico.

3. L’accesso ai mercati esteri da parte delle Imprese italiane è da sempre stato difficile, soprattutto per i limiti dimensionali ridotti e la carente preparazione e predisposizione all’export delle aziende. In tal senso dovranno essere indirizzati gli sforzi istituzionali, al fine di dare ogni supporto utile alle imprese che intendono approcciare i mercati esteri. 5 Ritengo utile l’istituzione di Convenzioni con Ordini professionali ed Associazioni, finalizzate ad incentivare le specializzazioni professionali verso l’internazionalizzazione, per diffondere la cultura e il supporto professionale alle imprese che intendono percorrere i primi passi verso l’internazionalizzazione. Credo che un nuovo incentivo economico alle Imprese che intendono internazionalizzazione la propria azienda, rappresenti uno strumento concreto ed efficace soprattutto per le entità di minori dimensioni. Infine dovranno essere adottate misure specifiche per la tutela dei prodotti italiani, da sempre oggetto di falsificazioni ed emulazioni, con enormi danni all’economia italiana. La creazione e la tutela dei marchi potrà essere supportata dalle Istituzioni, dagli Ordini professionali e dalle Associazioni, con specifiche misure che dovranno essere supportate dai Ministeri compententi.

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