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Spread, Tria stoppa Salvini: “Ci atteniamo agli obiettivi del Def, anche lui li ha approvati”

MILANO – La sparata di Matteo Salvini, che nei giorni scorsi ha dichiarato di voler sforare i parametri Ue su deficit/Pil (portandolo oltre il 3%) e debito/Pil (ha fatto riferimento al 140%), continua ad agitare la politica nostrana. Mentre sui mercati finanziari va in scena una distensione dopo la fiammata del differenziale di rendimento tra Btp e Bund, è il ministro delle Finanze Giovanni Tria a richiamare alla disciplina il vice presidente del Consiglio.

Prima di entrare all’Eurogruppo di Bruxelles, dove il caso-Italia rischia di tornare all’ordine del giorno, Tria ha ricordato che “c’è un Def approvato da Governo e Parlamento” e che “il Parlamento ha fatto anche una risoluzione dove chiede di non aumentare l’Iva, ma tutto nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica del Def. Quindi – il ragionamento di Tria – il Governo sta lavorando per attuare quello che c’è scritto nel Def”. Un messaggio, dunque, per tenere dritta la barra delle finanze pubbliche rispetto agli obiettivi annunciati nel Documento di economia e finanza. A inizio aprile, si ricorda, il governo ha indicato un deficit/Pil al 2,4% quest’anno e 2,1 il prossimo; e un debito al 132,6% del Prodotto quest’anno e 131,3 il prossimo. “E’ chiaro che in campagna elettorale i mercati finanziari sono in fibrillazione, ma i fatti per ora sono questi, ci atteniamo a questi obiettivi“, ha aggiunto Tria ricordando che questa impostazione è stata “approvata” dallo stesso Salvini, che “era presente al Consiglio dei ministri” che ha licenzito il Def.
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Oltre a guardare all’interno, Tria ha anche risposto agli attacchi del ministro delle finanze di Vienna, Hartwig Loger, che in un’intervista ha criticato le parole di Salvini: “Non siamo disposti a pagare i debiti dell’Italia. A causa del consapevole avanzare della spirale del debito, non si può escludere che l’Italia non si evolva in una nuova Grecia”, ha detto il ministro austriaco. “Pensi, prima di parlare”, la secca risposta del ministro italiano.

Sul momento dei Btp si è soffermato anche il premier Giuseppe Conte, dicendo che “non può non seguire l’evoluzione dello spread, perchè è chiaramente un indicatore economico che ha una rilevanza nel sistema Paese. E quindi non posso non confidare che scenda sempre più in basso. In questo momento è salito, c’è una preoccupazione, lo stiamo seguendo, monitorando. Questo non significa che dobbiamo essere ossessionati dall’indice spread”, ha detto.

Di primi riflessi sull’economia reale ce ne sono, però. Li ha additati il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, tornando a mettere in guardia sui rialzi dello spread. L’effetto dell’aumento del differenziale sul costo dei prestiti bancari a famiglie e imprese – ha detto nel suo intervento al Aaron Istituto dei Herliza in Israele –  “è stato finora limitato”, “ma segnali di tensione stanno iniziando ad emergere”. “Secondo le nostre indagini, le condizioni di credito si sono irrigidite, specialmente per le piccole imprese, in seguito all’aumento dei costi di raccolta bancaria e al peggioramento delle previsioni economiche. Nel lungo periodo” spiega questo “colpirà l’economia reale”.
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Quanto alle ultime turbolenze sui nostri titoli, Visco ha rilevato come sulle tensioni pesino i timori degli investitori di una possibile uscita del Paese dall’euro.  “I premi sui Cds (credit default swaps) – ha detto – suggeriscono che il differenziale dei titoli di stato italiani è salito a seguito sia dell’aumento dei rischi di credito sia dei rischi di ridenominazione dei titoli in una diversa moneta” rispetto all’euro.

Lo spread italiano, ha ricordato ancora Visco, “è sopra 270 punti base, più del doppio del livello di inizio 2018, prima delle elezioni politiche” e l’alto livello del debito “espone l’Italia alla volatilità del mercato finanziario”. “Una credibile strategia di ridurre il livello del debito nel medio termine non può più essere rinviata”, ha aggiunto, anche perchè “se l’aumento degli interessi persiste peserà inevitabilmente sul costo del debito”, cioè sulla spesa pubblica.

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