sabato , maggio 25 2019
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Stragi nel Mediterraneo: una Commissione per far luce sulle responsabilità dell’Italia

Ieri, Riccardo Magi, deputato di +Europa, ha presentato la proposta di legge per l’istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare riguardo le morti nel Mediterraneo e l’operato della guardia costiera libica. Tale Commissione raccoglie anche un monito dell’iniziativa  ‘Non siamo Pesci’ promossa da Luigi Manconi e da molti altri intellettuali, a seguito dell’ennesimo naufragio a largo della Libia, avvenuto lo scorso 18 gennaio, in cui hanno perso la vita 117 persone e che, pochi giorni fa, il 28 gennaio, mentre la Sea Watch 3 era bloccata a largo delle coste siciliane, ha organizzato a Roma una manifestazione. 

Da mesi, è nota la presenza in Libia di centri di detenzione dai quali i migranti provano a scappare e dove vengono ricondotti una volta ripresi in mare. In quei centri, si verificano torture, violenze e stupri. E proprio per far luce su questa sistematica violazione dei diritti umani, la Commissione si impegna ad “indagare sulle cause dei naufragi avvenuti nel Mar Mediterraneo a partire dal 2017 ad oggi acquisendo documenti, comunicazioni via radio, tracciati e video relativi ad ogni evento“; “fare chiarezza sul comportamento e sulle responsabilità della guardia costiera libica, reperendo ogni dato relativo all’utilizzo da parte del Governo libico delle unità navali cedute ai in base al decreto-legge n. 84 del 2018 e di quelle che saranno cedute a seguito dell’aggiudicazione dell’appalto del 21 dicembre 2018; reperire dati sul numero di persone intercettate dai libici e riportate indietro a partire dal 2017, al fine di ottenere la lista completa dei nominativi delle persone riportate indietro, in quali centri di detenzione siano state trasferite e quale sia la loro attuale condizione; conoscere le modalità di coinvolgimento del personale italiano nel supporto alla guardia costiera libica in fase di addestramento e supporto logistico negli interventi di coordinamento, soccorso e recupero dei migranti e del successivo trasferimento sulla costa libica“; “reperire ogni informazione utile sullo stato dei centri di detenzione gestiti dalle autorità libiche e in particolare dal Dipartimento per il contrasto all’immigrazione irregolare: quanti sono e dove si trovano, quante persone vi sono recluse (donne, uomini e minori) e di quale nazionalità, quante di queste siano state individuati dalle organizzazioni internazionali come bisognosi di protezione, in quanti di questi centri siano autorizzati a entrare gli operatori delle organizzazioni internazionali”.

L’assoluta legittimità di una Commissione parlamentare d’inchiesta risiede in molteplici fattori, tra i quali Riccardo Magi ha ricordato, esempio, che «diciassette dei migranti sopravvissuti hanno portato le loro testimonianze davanti alla Corte europea dei diritti umani, accusando l’Italia di essere di fatto responsabile – attraverso la collaborazione tecnico-operativa con i libici – di quanto è accaduto in mare e successivamente nei centri di detenzione e di aver di fatto violato la Convenzione europea». Infatti – ha precisato i deputato di +Europa – «il riconoscimento della zona SAR libica il 28 giugno 2018 da parte dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha poi legittimato il crescente interventismo della Guardia costiera libica. Del resto il riconoscimento della Guardia costiera libica come partner del Governo Italiano parte già dalla scorsa legislatura con il memorandum firmato dal governo italiano con Serraji nel febbraio 2017, che segna il formale avvio di una strategia di ‘contrasto all’immigrazione clandestina’».

La Commissione intende anche accertare, quindi, quali responsabilità ha l’Italia nelle morti nel Mediterraneo e nelle violenze di cui è responsabile la guardia costiera libica, riconducendo, dopo averli soccorsi in mare, i migranti nei centri di detenzioni libici. Con il decreto-legge n. 84 del 2018, l’Italia ha disposto «la cessione di unità navali italiane a supporto della Guardia costiera del Ministero della difesa e degli organi per la sicurezza costiera del Ministero dell’interno libici. Da ultimo il 21 dicembre 2018 il Ministero dell’interno, direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, ha deliberato di affidare la fornitura di 20 battelli pneumatici di tipo oceanico da destinare ai libici nell’ambito del progetto denominato ‘Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase’ cofinanziato dall’Unione europea nel quadro del ‘Trust Fund For Africa’», ha sottolineato Riccardo Magi con il quale abbiamo provato a chiarire i termini della questione.

 

Avete richiesto una Commissione d’inchiesta su morti Mediterraneo e sulla guardia costiera libica. Intanto le chiederei di dirci le motivazioni che sono alla base della richiesta, i rilievi che fate?

Con questa proposta di legge che ho depositato e che so non essere l’unica visto che anche altri gruppi hanno fatto altre proposte, come è stato ribadito in conferenza stampa, si vuole istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e sull’operato della guardia costiera libica. Questa proposta che dovrà affrontare un dibattito parlamentare e che dovrà ricevere l’approvazione del Parlamento, raccoglie anche l’appello di un’iniziativa che ha preso il nome di ‘Non siamo Pesci’ promossa da Luigi Manconi, Sandro Veronesi, molti altri intellettuali e ‘Radicali Italiani a buon diritto’. Questo perché, a nostro avviso, siamo di fronte ad una situazione molto grave che ha visto, solamente nel 2018, morire quasi 2.500 persone nel Mediterraneo centrale tra morti e dispersi. Abbiamo l’ultimo rapporto di dicembre dell’ Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite che parlano di queste cifre e che parlano, anche, in termini molto chiari della situazione in Libia dove abbiamo nei fatti una violazione dei diritti umani delle centinaia di migliaia di migranti rinchiusi nei centri di detenzione sia governativi sia quelli gestiti da privati o milizie. Di fronte a questa situazione, bisogna valutare le politiche dei governi italiani in questo ambito ed è necessario che il Parlamento svolga a pieno la propria attività di indagine e di inchiesta e lo strumento sarebbe proprio questa Commissione.

La Commissione potrebbe far scoppiare il vaso di Pandora con grande imbarazzo e relativi problemi del Governo. E’ così?

Qui non si tratta di imbarazzo, si tratta di partire dai fatti che ci dicono che, in questo momento, la guardia costiera libica agisce, a volte salvando a volte causando la morte di naufraghi in mare che cercano di scappare da quel Paese e che quando vengono presi dalla guardia costiera libica, vengono riportati in luoghi dove sono sottoposti a violenze reiterate, torture, stupri e, di fatto, ridotti ad uno stato di schiavitù. Ci sono delle prove di questo: basti pensare che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto delle sanzioni per quelle persone che sono state ritenute responsabili di traffico di esseri umani e, tra questi, c’erano esponenti della stessa guardia costiera libica. Le dinamiche di questi naufragi sono sempre le stesse così come sempre uguale è il ruolo della guardia costiera libica. Il punto è che queste attività vengono svolte anche con mezzi forniti dal governo italiano perché nell’agosto scorso è stato approvato il cosiddetto ‘decreto motovedette’ con cui sono state fornite imbarcazioni alla guardia costiera libica, in una condizione, come dicevamo all’epoca, era abbastanza incredibile: si fornivano questi strumenti in una situazione di totale mancanza di un’autorità statale, con una forte frammentazione, con la presenza di strutture militari e paramilitari che rendevano impossibile prevedere l’uso che ne sarebbe stato fatto. E poi questi centri di detenzioni sono stati finanziati in particolare attingendo al Fondo per l’Africa che ha portato ingenti risorse finanziarie per il mantenimento e l’adeguamento di questi centri. Infine, c’è il ruolo della Marina italiana presente nel Porto di Tripoli, dove si sono avvicendate almeno tre imbarcazioni, la Tremiti, la Capri e la Caprera, con un ruolo di supporto alla guardia costiera libica. Questi stessi elementi che ho elencato devono essere, da una parte, oggetto di un’analisi circa gli effetti che hanno avuto, e, dall’altra, fanno sì che ci sia la competenza per una Commissione d’inchiesta: nessuno può quindi dire che l’operato della guardia costiera libica non può riguardare un’indagine del Parlamento italiano.

E’ un problema solo etico o anche con risvolti legali visto che l’Italia, fornendo questi strumenti, sostiene di fatto queste attività che non rispettano i diritti umani?

La Commissione vuole indagare proprio in che modo l’Italia sostiene queste attività e qual è l’effetto di questi sostegni che vengono dati. Questo perché sono stati presentati come sostegni che dovevano aiutare la lotta contro il traffico di esseri umani, ma poi ci sono tutta una serie di fatti contenuti negli atti formali dell’ONU.

E l’azione della Marina italiana è nota e voluta dal governo italiano? 

La questione parte dal fatto che c’è stato un riconoscimento della guardia costiera libica come partner del governo italiano che è iniziato già nella scorsa legislatura con il memorandum siglato dal governo italiano e da Sarraj nel febbraio 2017. In quel momento, era iniziato quella che è stata definita come la ‘strategia comune di contrasto all’immigrazione clandestina’ e, da qui, il supporto alla guardia costiera libica. Quel memorandum d’intesa era stato concluso in forma semplificata, quindi senza il coinvolgimento del Parlamento italiano e, all’interno dello stesso, era compreso il finanziamento dei centri d’accoglienza, sostegno da parte del governo italiano. Questi finanziamenti sono quelli, appunto, provenienti dal Fondo per l’Africa. Bisogna a questo punto rendersi conto che quella strategia di intesa con la Libia, nei fatti, a distanza di tempo, non ha aiutato né ad una stabilizzazione della Libia né all’avvio ad un percorso di transizione verso una situazione di maggiore democrazia delle istituzioni. Anzi, c’è stato, come dire, un aumento della crisi, della frammentazione e della conflittualità interna tra i vari poteri che si muovo nel territorio libico. Alla luce di questo, non si può non prenderne atto ed analizzare quelli che sono gli effetti di determinate scelte politiche. Se noi uniamo a questa questione, quello che ci dicono i rapporti di tutti gli osservatori internazionali indipendenti e cioè che in Libia c’è una situazione sconvolgente dove ci sono, come scopriremo a breve, ‘fosse comuni’. Questa cosa verrà fuori e non potremmo stupirci. Appare grave non fermarsi un attimo e non consentire al Parlamento, che rispetto a questi è rimasto sempre in una posizione laterale perché mai coinvolto. E’ evidente, poi, che c’è un filo conduttore tra il governo precedente e questo, ma, a maggior ragione, serve un’indagine parlamentare e la Commissione sarebbe, al momento, lo strumento più adatto.

Questa Commissione si occuperà anche di quanto accade dalla partenza dalla Libia al recupero in mare e all’approdo in Italia?

Esattamente. La Commissione procederebbe alle indagini, come in altri casi, con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria.

Questo è un grande capitolo dal punto di vista del diritto. Solo due punti le sollevo: non si rischierebbe di scoprire che gli ordini che partono da Roma e che vengono ricevuti dalle varie strutture in mare non sono ‘legittimi’ e per tanto nei guai potrebbe finire l’intero Governo ma anche gli uomini che quegli ordini li hanno eseguiti?

Le politiche non sono proprie solo di questo governo perché sono state inaugurate nella scorsa legislatura e che sono state presentate come politiche che hanno lo scopo di combattere il traffico di esseri umani e l’immigrazione clandestina. Si tratta di capire se tali politiche, nei fatti, non contribuiscano ad una violazione grave e sistematica dei diritti umani perché, altrimenti, dalle evidenze noi sappiamo che ci sono migliaia di persone vittime di violenze, torture, e tali vicende sono, peraltro, già entrate in atti della magistratura italiana perché ci sono stati processi come quello al Tribunale di Milano che ha condannato un cittadino che, arrivato in Italia, è stato ritenuto responsabile di violenze e altri reati commessi nei centri di detenzione libici ed è era stato riconosciuto da alcune sue vittime. Saremmo schizofrenici se continuassimo su una politica di quel tipo senza renderci conto che lì c’è questa situazione. La Commissione sarebbe un punto di chiarezza formale e chi, se non il Parlamento, potrebbe vantare tale prerogativa?

Ci sarebbe un legame tra il lavoro di questa Commissione e la vicenda del processo a Matteo Salvini?

Nel caso della Commissione di inchiesta, essa non si istituisce contro qualcuno o contro una persona, ma per fare luce su dei fatti che costituiscono, ormai, una sequenza di fatti che hanno delle dinamiche che si ripetono e rappresentano un fenomeno strutturale e complesso rispetto al quale sono stati presi provvedimenti politici i cui effetti vanno chiariti. Nel caso della richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini per il ‘caso Diciotti’. A mio avviso, c’è proprio un equivoco di fondo che rischia di affermarsi: in realtà, è sbagliato sostenere che si voglia processare Salvini per la politica del governo, ma la richiesta avviene per una violazione del nostro Stato di diritto e cioè quella per cui nessuno, neanche un Ministro, nell’esercizio delle proprie funzioni, può compiere atti che vanno contro i diritti fondamentali delle persone, altrimenti saremmo di fronte ad un potere assoluto. Portare avanti una politica legittima deve avvenire nel rispetto delle leggi. Qui non siamo di fronte allo sconfinamento della magistratura nella politica, ma la richiesta è molto dettagliata e porta degli elementi molto chiari e molto seri sul terreno su cui si muove.

C’è chi sostiene che tutto quello che sta accadendo potrebbe diventare materia di lavoro per il Tribunale Penale internazionale. Che ne pensa?

Sicuramente quello che avviene in Libia che è diventato il terminale di un viaggio compiuto da centinaia di migliaia di persone in Africa ha una portata, come gravità della violazione dei diritti umani, che potrebbe anche finire al Tribunale Penale Internazionale. Il punto è che, siccome ci si muove in un territorio dove non ci sono istituzioni, ma ci sono soggetti para-istituzionali in un contesto frammentato e questo rende estremamente difficile incardinare un provvedimento del genere, ma la materia c’è tutta.

Quali possibilità ci sono che questa Commissione venga istituita?

Vanno create le condizioni perché questa Commissione venga istituita, quantomeno dobbiamo provarci. La proposta che ho fatto è offerta a tutti i colleghi per un’iniziativa parlamentare più trasversale possibile. Sarebbe importante riuscire a farla, ma, ovviamente, troverà degli ostacoli a livello politico. E’, però, una battaglia che va combattuta e penso che quello che sta accadendo nel Mediterraneo sia qualcosa su cui successivamente verranno fatte delle valutazioni. E’ importante, quindi, che nelle istituzioni e nel Parlamento italiano questo tentativo sia serio. Vedremo con quale esito ed anche chi si assumerà la responsabilità di spingere verso questo strumento che ha tutti i presupposti giuridici e politici per essere portato avanti.

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