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Taglio al numero dei parlamentari. I partiti assediano la riforma. Alla Camera 50 emendamenti alla proposta M5S-Lega. Così le opposizioni puntano a stravolgere il testo

C’è chi punta ad abbassare l’età minima per gli aspiranti senatori. E pure quella prevista per il Presidente della Repubblica. Che Fratelli d’Italia propone venga eletto direttamente dai cittadini. Senza parlare della lotteria sulla composizione del futuro Parlamento. C’è chi vorrebbe aumentare il numero dei deputati a 500 (+Europa), 100 in più di quanto previsto dalla proposta di legge (pdl) costituzionale M5S-Lega già approvata in prima lettura a Palazzo Madama, e chi, invece, vorrebbe abbassare a 100 (il Pd) quello dei senatori, che la stessa pdl di maggioranza fissa a 200.

Insomma, c’è davvero di tutto nei 50 emendamenti che, martedì prossimo, saranno esaminati dalla commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta da Giuseppe Brescia (M5S). “Lavoreremo con l’obiettivo di rispettare i tempi previsti per l’arrivo in aula del provvedimento, fissato dalla capigruppo per lunedì 29 aprile”, promette il presidente della commissione. Dove molti degli emendamenti (nessuno dei relatori) sembrano già destinati all’inammissibilità.

A farla da padrone sono le proposte di modifica del Partito democratico (circa la metà del totale). Puntano, innanzitutto, ad abbassare, rispetto alla pdl M5S-Lega, il numero dei senatori da 200 a 100 e pure l’età minima richiesta per candidarsi a Palazzo Madama (a 25 anni). Ma, allo stesso tempo, rilanciano il superamento del bicameralismo perfetto, rispolverando, in versione rivista e corretta, un pezzo della riforma Renzi-Boschi già bocciata al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche” e “i referendum popolari”, recita l’emendamento 1.6.

Elencando una serie di competenze che vanno dalle “leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane” alla “formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”. Tutte le altre leggi, specifica il testo, “sono approvate dalla Camera dei deputati”. Solo l’assemblea di Montecitorio, inoltre, accorda e revoca la fiducia al Governo. Ma non è tutto.

Gli emendamenti 2.18 e seguenti del Pd, prevedono che “i presidenti delle Giunte regionali e i presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano, partecipano con diritto di voto ai lavori del Senato limitatamente all’esame dei disegni di legge” concernenti la materia dell’autonomia regionale (articoli 116, 119, 120 della Costituzione), del sistema di elezione e dei casi di ineleggibilità e incompatibilità degli organi regionali (122), della fusione e creazione di nuove Regioni (132).

Nonché, aggiunge il testo, “all’esame dei disegni di legge in materia di rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni, in materia di rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni”, di “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e in materia di governo del territorio”. Poi ci sono gli emendamenti di +Europa. Che puntano ad innalzare il numero dei deputati a 500 e quello dei senatori a 250 (contro i 400 e i 200 previsti dalla pdl M5S-Lega). E’, invece, di Liberi e Uguali il copyright della proposta di abbassare a 40 anni l’età minima richiesta per l’elezione alla presidenza della Repubblica e a 25 per gli aspiranti senatori.

Come pure dell’emendamento che punta ad aumentare fino a 530 il numero dei seggi alla Camera dei deputati e a 265 quelli del Senato. E non finisce qui. A sparigliare ci pensa Fratelli d’Italia, con un emendamento che guarda al Quirinale. “Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto”, recita il 3.02, tra i cittadini che abbiano compiuto quarant’anni. Resta in carica “per cinque anni”, invece degli attuali sette, e può essere rieletto una sola volta. Nomina il primo ministro e “presiede il Consiglio dei ministri”. Insomma, di tutto di più. Semipresidenzialismo compreso.

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